Geografia

Nov 22, 2017, 11:56

 

La più importante festività religiosa celebrata a San Mango è il Natale ed il presepe era una tradizione che veniva rispettata in tutte le famiglie. Oggi viene allestito solo in poche case e nella chiesa, e le famiglie preferiscono il più sbrigativo albero, oppure la sola grotta con il bue e l'asinello.
La Notte Santa rimane la ricorrenza più sentita dell'anno, perché rappresenta il momento dell'unione familiare, quando molti emigrati ritornano per vivere insieme con i loro cari pochi giorni di serenità. La cena si svolge all'insegna delle "nove cose" ( cibi di diverso tipo ) e dei dolci tradizionali fatti in casa.
Una volta alla fine della cena e prima di andare in chiesa le famiglie si riunivano intorno al camino per dare inizio alla preparazione del fuoco. Cominciava il capo famiglia, che sceglieva il legno più grande ( u zuccu ) e lo collocava nel focolare, seguivano poi gli altri componenti della famiglia, e ognuno metteva un legno più piccolo (n'asca) attorno al ciocco di legno grande. Il fuoco veniva lasciato acceso per l'intera notte fino a consumarsi.
Fuoco che arde, tavola imbandita, luci rimaste accese...sono simboli che hanno un significato profondo. Secondo Antonio Sposato, che in occasione del primo libro su San Mango ha scritto un importante capitolo sull'argomento, essi rappresentano l'offerta di ospitalità alla Sacra Famiglia, quell'ospitalità che Betlemme un tempo negò, portando Gesù a nascere in una mangiatoia.
Un grande fuoco viene acceso anche all'esterno, sul sagrato della chiesa, e la legna veniva procurata dai ragazzi che andavano in giro a raccoglierla per le vie del paese.
Le celebrazioni natalizie continuano, dopo la Notte Santa, con la festa dell'Epifania, misteriosamente chiamata "Vattimu" dal popolo. Secondo la leggenda, la notte fra il 5 ed il 6 gennaio gli animali parlano, e la fontana della Buda correva olio, che veniva raccolto dall'eremita per alimentare la lampada della Madonna che si trovava nella chiesa antica, demolita nel 1965 per lasciare il posto all'autostrada. 

 

Anche i riti della Settimana Santa venivano seguiti dalla gente con particolare raccoglimento. Molte manifestazioni però sono scomparse con la riforma liturgica, altre si sono spente con il passare degli anni.
La domenica delle Palme vedeva arrivare nella Chiesa Madre una moltitudine di persone, e tutti i contadini che abitavano nei casolari di campagna si recavano al paese. I rami di ulivo, benedetti dal sacerdote, venivano posti nei campi e sulle messi, ad invocare la protezione di Dio sul raccolto.
Seguiva poi il giovedi santo, con la celebrazione dell'Eucarestia e della Passione di Cristo. In chiesa era allestito il Sepolco ( summurcu ), e tutt'intorno crescevano nei vasi i germogli di grano ( vurvini ) preparati dai fedeli. Dopo la rievocazione dell'Ultima Cena le campane non potevano più suonare, ed i dodici cittadini più anziani che sedevano intorno all'altare per la lavanda dei piedi, ricevuto il pane benedetto ( mucceddatu ), scendevano in mezzo alla gente e ne distribuivano i pezzettini.
La chiesa era listata a lutto in ogni sua parte e persino nelle abitazioni le finestre erano tenute chiuse, creando la tipica atmosfera della morte. Al termine della Via Crucis, intervallata dalle note della marcia funebre suonata dalla banda musicale, una grande croce nera scendeva sul Sepolcro e, subito dopo, improvvisamente, le luci si spegnevano, le porte della chiesa si spalancavano ed entrava l'Addolorata, una statua che avanzava verso l'altare fino ad incontrarsi col simulacro del Cristo morto.
La rappresentazione del dramma si concludeva giovedì notte, quando i fedeli accompagnavano per le vie del paese la Vara nella quale era stato deposto Cristo, seguita dalla Madonna. La processione, ricca di fiaccole, dopo una sosta al Calvario che sorgeva all'inizio del paese, terminava nella vecchia chiesa di S. Giuseppe.
I riti riprendevano il giorno dopo con la messa del venerdì. Le statue venivano prelevate dalla chiesa di S. Giuseppe e portate nella chiesa Madre. E nel pomeriggio riprendeva la grande processione del Cristo morto; un uomo con camice bianco e con una corona di spine in testa ( chiamato dal popolo il Cireneo ) portava sulle spalle una croce di legno ed apriva il corteo; seguivano la bara col Cristo e l'Addolorata. La processione si concludeva sul sagrato della chiesa Madre, con la solenne benedizione della Croce. Sabato venivano benedetti il fuoco e l'acqua e subito dopo, al canto del Gloria, venivano tolti i veli del lutto. Al centro della chiesa, al posto del Cristo morto, appariva il Cristo risorto, con sullo sfondo il dipinto di una tomba aperta. Le campane riprendevano a suonare, e la banda musicale contribuiva a trasformare in goia la triste atmosfera dei giorni precedenti.
Dopo la riforma liturgica operata dalla Chiesa il calendario delle celebrazioni è risultato modificato e poi, con il passare del tempo, la partecipazione della gente è diventata meno attenta. Oggi, di questi antichi riti, rimane poca cosa e l'antica liturgia, per come descritta, sopravvive solo nel ricordo degli anziani. Noi la riportiamo in queste note e speriamo che essa entri nella memoria collettiva del paese.

 

Una ricorrenza che ancora resiste è la festa della Madonna della Buda, titolo attribuito a Maria SS. delle Grazie a seguito di un culto locale che trae origine dall'apparizione della Vergine nella località Buda, nel fondo di una valle attraversata dal fiume Savuto.
La festa ha luogo il primo sabato e la prima domenica di giugno e dalla chiesa Madre la statua della Madonna viene portata in processione fino alla Buda. Una volta si seguiva l'antica via battuta dai contadini; oggi la gran parte del percorso viene svolto lungo la strada provinciale che collega il paese con l'autostrada. La processione è accompagnata dalla banda musicale, al canto delle Verginelle e al suono dei Tumbari, un ritmo di cassa e tamburi.
Un tempo le donne che accompagnavano la processione portavano sulla testa i canestri con la frittata, il piatto tipico che si consumava sui prati insieme con parenti ed amici. Oggi vengono usate le automobili ed il carattere allegro della festa di una volta non si ritrova più.
La processione termina nella chiesa della Buda, dove la Madonna viene lasciata per tutta la notte. Fuori, intorno al fuoco, nascono giochi e balli, mentre suonano organetti e fisarmoniche. Il giorno dopo, domenica mattina, ha inizio la processione del ritorno e la Madonna rientra nella chiesa Madre, accolta festosamente.

 

Altra festa religiosa a carattere agreste è quella di S. Francesco, che ha luogo la seconda settimana dopo Pasqua, di sabato e domenica.
Nel pomeriggio del primo giorno si svolge la processione al Pruno, località posta sulla sponda sinistra del fiume Casale, dove esistono una Cona in onore del Santo ed un appezzamento di terreno, detto il Pruno di S. Francesco, donato alla Parrocchia da un cittadino del posto per una grazia ricevuta.
La festa del sabato ha tratti spiccatamente campagnoli, messi in risalto, scrive Antonio Sposato, dal primo, timido affacciarsi della primavera fra le nostre colline: varietà di colori e vivace allegria nella lunga fila di fedeli che si snoda per la via stretta e tortuosa. Suggestivi sono il ritmo dei Tumbari ed il passaggio sul fiume salutato dai colpi dei mortaretti, in ricordo dei tempi in cui non esisteva il ponte e l'attraversamento del Casale veniva compiuto con grandi difficoltà.
Domenica i festeggiamenti si svolgono in paese ed anche in tale circostanza echeggia il canto delle Verginelle, un'usanza, ci spiega Sposato, che trae origine da una promessa votiva fatta per grazia ricevuta e che nasce dall'esigenza di manifestare pubblicamente la propria gratitudine e la propria fede. E per lo stesso motivo viene praticato l'uso di far sostare le processioni dinnanzi all'ingresso principale delle abitazioni, presso cui viene preparato un tavolo ricoperto da un damasco, mentre le finestre e i balconi vengono pavesati a festa.
Tutte queste manifestazioni erano espressione di una fede schietta e semplice, ed esprimevano una religiosa devozione che era presente nel nostro passato e che oggi trova testimonianza in poche, eccezionali occasioni.

Armando Orlando 

 

Antonio Sposato, nel primo libro su San Mango d'Aquino pubblicato nel 1977, ha scritto che trattare del folklore non significa fare una sterile rievocazione dei tempi passati; significa invece mettere in luce i caratteri essenziali della vita e dell'animo di una gente, per cogliere i momenti più significativi di un progressivo sviluppo, visto nel suo nascere e nel suo articolarsi. Gli scopi sono conservare nel tempo le tradizioni del popolo, approfondire la conoscenza della più umile realtà, realizzare una memoria presente del passato. 

Oggi a San Mango non si respira certo l'aria di una volta. Non esiste più quella civiltà che aveva espresso usi, costumi, modi di vita, credenze religiose, valori, fantasie, atteggiamenti, simboli, strutture familiari, gerarchie sociali. Si respira un'aria che i contemporanei hanno chiamato moderna, ed anche la cultura del passato è stata riproposta in chiave moderna. Tutto un patrimonio di tradizioni e di religiosità è stato trasformato in sagre paesane ed il folklore è diventato un genere di divertimento e di consumo da offrire a turisti e visitatori distratti.
Perché dunque abbiamo voluto raccogliere in questo spazio le tradizioni del passato? Perché abbiamo cercato di comprendere i gesti, le parole, i movimenti di chi è vissuto in una società dimenticata, spesso abbandonata e, sotto molti aspetti, pure sfruttata? Per conservare nel tempo le memorie del passato. Per tramandare il ricordo della vita dei nostri antenati a coloro i quali sono nati quando la civiltà contadina più non esisteva. Chiedendo il rispetto a chi considera ancora il folklore un'occasione di svago e di divertimento e a chi non capisce che esso, invece, ha caratterizzato la vita dei nostri nonni e dei nostri genitori, segnando gioia e dolore, momenti tristi e momenti felici.
Fra le manifestazioni a carattere civile la più bella, la più suggestiva e, forse, la più antica è la Mietitura, canzone in vernacolo intonata dai mietitori fra i campi di grano maturo sotto il sole cocente dell'estate.
La rappresentazione popolare dei principali motivi del canto veniva eseguita molto tempo addietro per le strade del paese il martedì di Carnevale di ogni anno, e gli attori erano gli stessi contadini, vestiti nei costumi tradizionali. I versi della canzone sono stati raccolti nel 1977, in occasione della pubblicazione del citato libro su San Mango, grazie alla collaborazione di Rosario Chieffallo, Giovanni Cicco, Amedeo Maida, Vincenzo Orlando, Luigi Sposato e Francesco Trunzo, e la rappresentazione è stata riproposta nel 1989 dal Centro del Folclore guidato da Mario Sacco. Poi sulla Mietitura è calato il silenzio. Antonio Sposato ha scritto che l'origine del testo non risale ad un solo attore, ma è legato all'ambiente agrestre; e tutto il canto racchiude i molteplici aspetti di un'esperienza di vita che ai nostri occhi può anche apparire pittoresca, ma che allora si presentava nella sua cruda durezza. L'esecuzione del canto avveniva a tre voci, ed alla fine di ogni verso le riprese si riunivano in un unico suono; insieme, poi, i cantanti ripetevano l'intero verso, che prima avevano spezzettato con cambiamenti di tono e con l'intercalare di "core mio".
Nei canti popolari l'invito emergente è quello della rivolta nei confronti delle ingiustizie. A San Mango la più alta espressione di canto popolare è proprio la Mietitura, perché in essa sono presenti tutti gli elementi della civiltà contadina: mietitori, caporali, padroni, donne di famiglia. In essa aleggia lo sfruttamento delle classi povere, e le parole esprimono la contrapposizione fra signori e contadini, con la consapevolezza delle ingiustizie subite e con il desiderio di cambiamento. Un desiderio appena accennato, perché le note dominanti restano ancora rassegnazione e fatalismo, stati d'animo che finiscono per sfociare nella tristezza e nella malinconia.
Dopo la Mietitura, altra interessante tradizione è stata la Strina. Un tempo essa era divisa in Strina dei piccoli e Strina dei grandi.
Quella dei piccoli veniva praticata dai ragazzi, che si riunivano in gruppi la mattina del 31 dicembre e facevano il giro di parenti ed amici allo scopo di ottenere qualche regalo. In tempi di povertà i cesti venivano riempiti con fichi secchi, arance, pani e dolci fatti in casa; poi con il consumismo, a partire dagli anni Sessanta, i regali sono diventati più sofisticati.
Più complessa appariva, invece, la Strina dei grandi, perché il rituale costituiva una forma originale di dare gli auguri per il nuovo anno.
La sera dell'ultimo giorno di dicembre, dopo il cenone, si riuniva il gruppo e, accompagnati da chitarre, mandolini, fisarmoniche, organetti e tamburelli, iniziava il giro degli amici. Il canto veniva eseguito sull'uscio dell'abitazione, e le strofe in dialetto auguravano ogni bene al padrone di casa e a tutti i componenti della famiglia, i cui nomi venivano opportunamente inseriti tra un rigo e l'altro. Intonata l'ultima strofa, l'uscio veniva aperto e la comitiva entrava all'interno dell'abitazione, dove si scambiavano gli auguri e si brindava al nuovo anno.
Poi il gruppo si ricomponeva, gli strumenti musicali riprendevano la melodia e gli uomini intonavano le strofe di saluto. Lentamente si usciva di casa, ed una volta sulla strada si riprendeva il cammino dirigendosi verso l'abitazione di qualche altro amico a cui rendere omaggio.
In San Mango è stata presente anche una tradizione musicale rappresentata dalle serenate in dialetto, aventi spesso per oggetto la ragazza amata. Sono le canzoni dette all'arietta, intonate al suono di chitarre e mandolini e, in passato, accompagnate dalla zampogna. Erano canzoni che lodavano la bellezza della donna, che parlavano di un amore non corrisposto o di un amore pieno di passione, canzoni che parlavano di sfortuna e di disperazione, di ricordi e di sogni lontani.
Altra manifestazione della cultura popolare è stato il Carnevale, con il suo significato magico, con le cerimonie che richiamano i riti agrari che risalgono alla preistoria dell'uomo. Esso segna la fine dell'inverno, annuncia l'arrivo della primavera e celebra la morte del male ed il trionfo del bene. E' la festa della fertilità della terra, ed i suoi balli ricordano i riti propiziatori delle antiche tribù che abitavano la Calabria prima della venuta dei Greci e dei Romani. E la fine del Carnevale, impersonato da un fantoccio che viene distrutto dal fuoco, fa tornare alla memoria il ricordo dei lontani sacrifici umani.
Sopravvive oggi la tradizione del ballo e dello scoppio del Ciuccio e della Signorina, pupazzi di cartapesta che, mossi da due portatori nascosti all'interno delle sagome, intrecciano passi di danza al suono della Raspa. Man mano che i pupazzi si muovono, i botti che rivestono la carcassa esplodono in una girandola di colori ed alla fine il ballo termina con un lungo fischio e con lo scoppio delle due teste.
L'usanza è tipica di molti paesi della Calabria, ma è presente anche in Sicilia, nella Spagna meridionale e nel Belgio, dove i giganti raffigurano spesso re, regine, guerrieri saraceni ed animali. Chiara reminiscenza pagana di purificazione e di messa in fuga di spiriti cattivi che potrebbero danneggiare i raccolti nei campi o la salute dei contadini, spiega lo studioso catanzarese Cesare Mulè. Oppure rappresentazione simbolica per salutare la fine dell'anno, come si usa in provincia di Como quando vengono bruciati in grandi falò i Pupazzi di Premana, oppure per chiudere un ciclo, come si usa in San Mango, quando lo scoppio delle teste del Ciuccio e della Signorina segnano la fine dei festeggiamenti in occasione della Madonna di Luglio.
Queste tradizioni hanno fatto parte per secoli della cultura dei nostri antenati, ed oggi che la civiltà contadina appartiene al passato, tutto il patrimonio del folklore è diventato un ricordo. Ci sono persone che vogliono far rivivere alcune usanze, e le iniziative in tal senso devono essere apprezzate ed incoraggiate. Ma bisogna stare attenti a non commettere errori: non si deve disperdere l'aspetto originario delle feste popolari, e non si deve assoggettare alle regole dell'attrazione turistica ciò che rappresenta il patrimonio culturale di un popolo. Solo così la rievocazione del folclore e delle tradizioni popolari potrà avere un senso.
Armando Orlando

 

 

San Mango d'Aquino è un piccolo centro collinare dell'entroterra catanzarese. Il centro abitato si trova a 450 metri sul livello del mare e il territorio ha una superficie pari a 2,1 kmq. Confina con i Comuni di Aiello Calabro, Cannavale, Nocera Terinese, Savuto di Cleto e Martirano Lombardo. Dista 59 km da Catanzaro.

Le vette:
- Monte Corvo (m 1147).

I corsi d'acqua:
- Fiume Savuto.
- Torrente Casale ( in passato Gavice ). 

 

Perrcorsi Naturalistici:

Località Pruno-Montagna (area pic-nic)
Dal paese imboccare la strada che porta a monte Corvo. Dopo circa 6 km si arriva in località Pruno-Montagna. Qui, immersa in una fittissima vegetazione (fatta di pini, abeti, castagni e querce), c'è una vasta area pic-nic completamente attrezzata con tavoli e barbecue. 

 

Come raggiungere San Mango:

 

Strade:
A3 uscita San Mango d'Aquino - Provinciale fino al paese.

Treni:
Fs a lunga percorrenza stazione di Lamezia Terme.

Autobus:
da Lamezia Terme, da Catanzaro e da Cosenza.

Aeroporto:
Lamezia Terme.

 

 

Drappo azzurro riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dello stemma con l'iscrizione centrata in argento "Comune di San Mango d'Aquino". Le parti in metallo e i cordoni sono argentati. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'argento

 

Su sfondo azzurro rappresenta la chiesa della Madonna delle Grazie costruita su una verde campagna. A destra un tralcio di vite con un grappolo di uva nera e a sinistra un albero di ulivo. Sopra, una corona con interno rosso e, sotto, un ramo di quercia e uno d'ulivo tenuti insieme da un nastro rosso.

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San Mango d'Aquino, fu fondato intorno al 1640 da esponenti della famiglia d'Aquino, che avevano acquistato le terre nel 1592, e, posto alle dirette dipendenze del Castello di Savuto, fu chiamato in origine Muricello, poi Casale nuovo, Casale di Santo Mango e, infine, San Mango. 
Il nome derivò da un terra del Cilento, un possedimento, appartenuto per anni alla Badia di Cava, che Tommaso d'Aquino aveva acquistato nel 1623 e sul quale era stato concesso il titolo di Principato. 
I Capitoli furono concessi nel 1646 alla presenza del notaio Francesco Piccolo di Nicastro e la chiesa fu eretta con decreto emesso il 21 novembre 1648 dal vescovo di Tropea nel corso della sua prima visita parrocchiale; primo parroco del paese fu il sacerdote Matteo Capilupi. 
I primi abitanti provenivano da Savuto, Pietramala, Lago e Aiello, centri posti sulle terre a destra del fiume Savuto, e dai paesi della Contea di Martirano, governata dagli stessi d'Aquino. Nel 1674 il Casale di Santo Mango arrivò a contare 84 nuclei familiari e 250 abitanti; i cognomi più diffusi erano: Baccaro, Catroppa, Monaco, Cicco, Rizzo, Cerva, Damiano, di Adamo, Costanzo, Maletta, Castagnaro, Baldascino, Berardello, Putero, Ragona, Sacco, Perri, Riccio, d'Aiello, Formica, Mendicino, Bonazzo, Manfrida, Perri, Maruca, Marasco, Trunzo, Colosimo, Russo, Sposato, Torchia, Pirajna. 
Altri cognomi diffusi nel Casale erano: Audino, Aragona, Chieffallo, Caputo, di Guido, De Cello, Ferraro, Floro, Gigliotta, Grandinetti, Gatto, Iardino, Ianni, Iera, Iennaccaro, Iudice, Mastroianne, Montoro, Moraca, Pagliuso, Palmieri, Porchia, Rende, Ruperto, Savoia, Sisca, Scalzo, Serra, Sirianne, Squera, Troccaso, Vescio, Villella, Volotta. 
Nel 1678 la famiglia d'Aquino pose in vendita il feudo di San Mango Cilento e, per conservarne il Principato, chiese ed ottenne il trasferimento del titolo sulle terre di San Mango, in Calabria. Nel 1705 la popolazione arrivò a 628 abitanti. Cominciarono allora ad apparire nuove famiglie (Casella, Cerra, Guercio, Gimigliano, Mazzeo, Pugliana, Pizzinaro, Stella, Vartolotta), e quando i d'Aquino abbandonarono il feudo di Savuto, venduto al barone Giovan Battista Le Piane, San Mango divenne un villaggio autonomo. 
Il 6 marzo del 1717 fu benedetta la statua di S. Tommaso d'Aquino, ed il giorno dopo, domenica, fu celebrata la prima processione. Il concetto di "casa comune" diventò patrimonio di tutti i cittadini e per sancire in forma solenne la raggiunta autonomia, ai piedi della statua del Santo Patrono fu incisa la frase "Universitas Sancti Manghi". Con il termine di Università veniva chiamato il corpo amministrativo che precedette giuridicamente la nascita dei Comuni e che era dotato di un Parlamento convocato nella piazza del paese o nelle chiese. Fu allora che San Mango, superate alcune difficoltà iniziali, riprese la sua marcia verso lo sviluppo. 
Dai centri vicini arrivarono gli Anselmo, Angotti, Aloisio, i Bruno, Burgo, Bevacqua, Calfa, Cimino, Coccimiglio, Cario, Campisani, d'Agostino, gli Esposito, Epifano, i Fortuna, Folino, Fata, Ferraino, Gallo, Guzzo, Grimaldi, Iannuzzi, gli Isabella, i Lento, Lanzo, Libertino, Marsico, Mercuri, Marrelli, Magnone, Notarianni, gli Orlando, i Pizzino, Provenzano, Pellegrino, Rizzuto, Serra, Torquato, gli Ungaro. In trent'anni, dal 1714 al 1744, furono celebrati circa duecento matrimoni e altri nuovi capifamiglia lasciarono Nocera, Falerna, Savuto, Martirano, Pietramala, Scigliano, Conflenti, Serra d'Aiello e vennero ad abitare in San Mango. 
Queste famiglie diedero impulso alla vita economica e sociale e portarono il numero degli abitanti a 834 nel 1742 e a 927 nel 1745, per arrivare a superare la soglia dei mille abitanti nel 1762, quando il paese contava 5 sacerdoti e 6 chierici e curato della Parrocchia era don Antonio Gimigliano, nominato arciprete dal vescovo di Tropea il 26 aprile 1762 nel corso di una visita pastorale.
Il 6 marzo del 1717 fu benedetta la statua di S. Tommaso d'Aquino, ed il giorno dopo, domenica, fu celebrata la prima processione. Il concetto di "casa comune" diventò patrimonio di tutti i cittadini e per sancire in forma solenne la raggiunta autonomia, ai piedi della statua del Santo Patrono fu incisa la frase "Universitas Sancti Manghi". Con il termine di Università veniva chiamato il corpo amministrativo che precedette giuridicamente la nascita dei Comuni e che era dotato di un Parlamento convocato nella piazza del paese o nelle chiese. Fu allora che San Mango, superate alcune difficoltà iniziali, riprese la sua marcia verso lo sviluppo. 
Dai centri vicini arrivarono gli Anselmo, Angotti, Aloisio, i Bruno, Burgo, Bevacqua, Calfa, Cimino, Coccimiglio, Cario, Campisani, d'Agostino, gli Esposito, Epifano, i Fortuna, Folino, Fata, Ferraino, Gallo, Guzzo, Grimaldi, Iannuzzi, gli Isabella, i Lento, Lanzo, Libertino, Marsico, Mercuri, Marrelli, Magnone, Notarianni, gli Orlando, i Pizzino, Provenzano, Pellegrino, Rizzuto, Serra, Torquato, gli Ungaro. In trent'anni, dal 1714 al 1744, furono celebrati circa duecento matrimoni e altri nuovi capifamiglia lasciarono Nocera, Falerna, Savuto, Martirano, Pietramala, Scigliano, Conflenti, Serra d'Aiello e vennero ad abitare in San Mango. 
Queste famiglie diedero impulso alla vita economica e sociale e portarono il numero degli abitanti a 834 nel 1742 e a 927 nel 1745, per arrivare a superare la soglia dei mille abitanti nel 1762, quando il paese contava 5 sacerdoti e 6 chierici e curato della Parrocchia era don Antonio Gimigliano, nominato arciprete dal vescovo di Tropea il 26 aprile 1762 nel corso di una visita pastorale. 
Per tutto il Settecento il paese fu interessato da una struttura economica e sociale in evoluzione. L'economia era basata pevalentemente sull'agricoltura, ed i prodotti principali erano i cereali, l'olio, il vino, la frutta secca; notevole era anche la produzione di carbone e la coltivazione del baco da seta. Gran parte del reddito, però, era assorbita dai privilegi feudali e dalla Mensa vescovile di Tropea, mentre il fisco cominciava a far sentire il suo peso su tutti i cittadini. L'azione riformatrice della monarchia borbonica si fece, comunque, sentire, ed anche in San Mango nacque il ceto medio, mentre le condizioni dei contadini divennero sempre più difficili. 
Intorno alla metà del secolo le famiglie Castagnaro, Colosimo, Ianne, Sposato, Vaccaro, Manfredi e Gimigliano potevano permettersi il lusso di mantenere in casa personale di servizio, mentre erano registrati con il titolo di "Magnifico", "Notabile o "Signore" esponenti delle famiglie Manfredi, Castagnaro, Muraca, Mazzeo e Berardelli.
Per tutto il Settecento il paese fu interessato da una struttura economica e sociale in evoluzione. L'economia era basata pevalentemente sull'agricoltura, ed i prodotti principali erano i cereali, l'olio, il vino, la frutta secca; notevole era anche la produzione di carbone e la coltivazione del baco da seta. Gran parte del reddito, però, era assorbita dai privilegi feudali e dalla Mensa vescovile di Tropea, mentre il fisco cominciava a far sentire il suo peso su tutti i cittadini. L'azione riformatrice della monarchia borbonica si fece, comunque, sentire, ed anche in San Mango nacque il ceto medio, mentre le condizioni dei contadini divennero sempre più difficili. 
Intorno alla metà del secolo le famiglie Castagnaro, Colosimo, Ianne, Sposato, Vaccaro, Manfredi e Gimigliano potevano permettersi il lusso di mantenere in casa personale di servizio, mentre erano registrati con il titolo di "Magnifico", "Notabile o "Signore" esponenti delle famiglie Manfredi, Castagnaro, Muraca, Mazzeo e Berardelli. 
Lo Stato delle Anime del 1794 assegnò al paese 1.579 abitanti, di cui 814 uomini e 765 donne. Fra questi, 243 erano coltivatori di terra, 46 mastri e 7 preti. I personaggi cosiddetti civili, più in vista del paese, provenivano dalle famiglie Ferrari, Manfredi, Moraca, Angotti, Orlando, Berardelli, Bonacci, Adamo e Ianni, mentre Carmine Torquato e Francesco Moraca erano accompagnati dal titolo di dottore fisico. 
I cittadini, travagliati dalle vessazioni fiscali, cominciarono a non sopportare più il peso dei tributi, ed iniziò un periodo di turbolenza, aggravato dall'atteggiamento dell'ultimo signore feudale, la principessa Vincenza Maria d'Aquino, e poi del suo erede, Filippo Monforte, il quale, dopo l'abolizione della feudalità, fece di tutto per affermare la sua proprietà anche sui beni di natura feudale, che per legge appartenevano al Demanio dello Stato. 
Nella zona era attivo il brigantaggio, alimentato dalla propaganda degli agenti borbonici contro le idee diffuse dalla Rivoluzione francese, e la gente di San Mango non era estranea al fenomeno. Nel 1798 risultavano carcerati Gabriele Manfredi, Nicola Torquato, Gabriele Torquato e Pasquale Chieffallo, mentre nel 1804 giacevano in prigione Antonio Maria Cicco, Bruno Ianni, Angelo Cicco, Cesare Berardelli e Saverio Notarianni. Gaspare Moraca, forzato della Darsena, risultava morto nel 1803 a Napoli. Gabriele Torquato, invece, morirà a Nicastro nel 1818, Carmine Costanzo nel 1828 a Cosenza e Giuseppe Bonacci, forzato nel Bagno di Procida, nel 1834 a Napoli. 
Nel frattempo i terreni assegnati alla collettività dopo l'abolizione della feudalità furono presi di mira dalla borghesia terriera che aveva i mezzi per coltivarli, e si verificò anche in San Mango ciò che in generale interessò l'intera regione, dove esponenti della borghesia aggredirono le proprietà della Chiesa e del Demanio, accaparrando le quote e privando i contadini del loro principale mezzo di sostentamento, e cioè della terra. 
Tra la fine del Settecento ed i primi decenni dell'Ottocento il paese conobbe anni di terrore e di miseria, di intimidazioni, di minacce e di violenza, e ad aggravare lo stato di disordine contribuì pure l'atteggiamento di alcuni religiosi. In una lettera inviata dal vicario generale di Tropea al Ministero del Culto a Napoli troviamo scritto che nel 1812 nel Comune di San Mango il prete Bruno Manfredi teneva in casa una concubina con la quale aveva procreato più figli, ed inutili erano risultati i richiami delle autorità superiori. Mentre nel 1832 il vescovo di Tropea rivendicò al seminario vescovile alcune estese quote di terreno abitualmente occupate dai contadini, costringendo molte famiglie all'emigrazione. 
Nel frattempo alcuni cittadini si opposero alla vendita dei terreni del Pruno, Fabiano e Vignali fatta dai Monforte a favore dei de Gattis di Martirano, ed il 1822 l'arciprete Ferrari fu arrestato assieme ad altri nove cittadini di San Mango, con l'accusa, falsa, di aver cospirato ai danni del governo borbonico.
Seguirono anni di processi e di carcere duro, accompagnati da vendette e da uccisioni, durante i quali i cittadini furono in balia di poche famiglie, che fecero prevalere i loro interessi con la violenza. Il paese divenne, allora, teatro di una delle più sanguinose lotte di fazione in Calabria, con le famiglie Moraca e Torquato contrapposte fino allo sterminio, per cui il centro fu sottoposto ad occupazione militare e le libertà civili furono sospese.
Nello stesso periodo la classe borghese, affiancata da un gruppo numeroso di artigiani, assunse la direzione politica ed amministrativa del paese ed accanto alle case povere dei contadini e coloni sorsero dimore più grandi e palazzi di una certa dimensione, caratterizzati dall'ampiezza dei locali e da sontuosi portali d'ingresso, molti dei quali sono visibili ancora oggi in alcune zone del centro storico. La disponibilità di capitali da parte del ceto borghese contribuì a rendere più produttiva un'economia agricola che all'inizio del secolo aveva fatto registrare livelli di qualità accettabili, visto che le famose Statistiche Murattiane del 1811 si erano occupate di San Mango esaltandone l'olio di oliva e rendendo il prodotto ufficialmente noto per i suoi pregi. 
Nel 1834 il paese superò per la prima volta la quota di duemila abitanti e partecipò attivamente agli avvenimenti del tempo, tramandandoci una storia spesso romanzata, che parla di soldati francesi massacrati, di cospirazioni segrete, di convegni carbonari, di cunicoli sotterranei che dalla vecchia casa dei Piraino portavano fuori del paese, di faide terribili, di brigantaggio, di uccisioni bestiali, della chiesa di S. Giuseppe teatro di una vendeta tremenda e per questo sconsacrata e destinata solo alle cerimonie funebri della Settimana Santa. Storie di violenza, di amori e di morte che ancora oggi sono avvolte in un velo di mistero che nessuno è riuscito a squarciare definitivamente e che la tradizione popolare ha tramandato fino a noi che le abbiamo raccolte e riportate in questi appunti, per farle conoscere ai giovani e conservarne la memoria. 
Di sicuro sappiamo che San Mango fu sede di una delle più antiche rivendite della Carboneria e che nel 1823 il parroco Ferrari, i sacerdoti Gaspare Sposato e Antonio Angotti, Alessio Berardelli, i fratelli Antonio, Francesco e Domenico Berardelli, Carmine Muraca e Rosario Berardelli furono condannati dal Tribunale al terzo grado dei ferri. Altre vittime della repressione borbonica furono Bruno Sacco, dottore fisico, e Francesco Floro, macellaio, condannati entrambi nel 1850, e Giacinto Muraca, condannato nel 1852.
Intanto il paese cominciò a riprendersi dalle condizioni di miseria nel quale era caduto per le prepotenze subite e nel 1849 la popolazione salì a 2.302 abitanti, grazie anche all'arrivo di nuove famiglie: Albo, Aloi, Arcuri, Bennardo, Campisano, Caputo, Cardamone, Cerminara, Coltellaro, Conforto, Cuda, Ferrise, Giannuzzi, Maida, Napoli, Rocca, Scavella, Tomaino, Vizzino.
L'Unità d'Italia nel 1861 trovò il paese attestato su una popolazione di 2.236 unità, mentre il vicino centro di Savuto, dal quale aveva tratto le origini, contava appena 500 abitanti. San Mango, al quale fu aggiunto "d'Aquino" per distinguerlo dai comuni che portavano lo stesso nome, come tutti gli altri centri della Calabria, risentì delle delusioni conseguenti all'unificazione nazionale e all'avvento della dinastia dei Savoia, ed in dieci anni perse 265 abitanti, scendendo al di sotto delle duemila unità. E bisognerà aspettare il nuovo secolo, per tornare a superare quella soglia.
Nel 1881 la popolazione di San Mango era di 1.972 abitanti. L'economia agricola e le coltivazioni principali rappresentate dall'olio, dal vino, dai cereali e dal gelso. In quel periodo fu istituita la Fiera della Croce del Mulino, che si svolgeva ogni anno il terzo venerdì di luglio, in occasione della festa di Maria SS. delle Grazie, e le famiglie cercavano di soddisfare i bisogni essenziali con acquisti regolati con il baratto, lo scambio di merci in uso nelle comunità contadine fino a mezzo secolo addietro. 
Il centro abitato era organizzato in "rughe" e si viveva in tre, quattro o più persone in una stanza; le abitazioni erano prive di servizi igienici e di acqua corrente. Il rapporto con l'esterno era spesso tenuto dai "zagarellari", ambulanti che andavano di fiera in fiera a vendere la mercanzia alla povera gente, a chi dal paese non era mai uscito. Sferracavallo veniva chiamato il sentiero che collegava il paese con Nocera, mentre la mulattiera che metteva in comunicazione il centro con i paesi della Sila e della costa tirrenica altro non era che il vecchio percorso di un'antica arteria romana, parallela, per molti tratti, al corso del fiume Savuto. 
Solo nel 1876 San Mango fu collegata con la strada rotabile che attraverso Nocera, Falerna e Gizzeria portava al Bivio Bagni, e lo stesso anno fu impiantata la rete telegrafica; il servizio postale divenne giornaliero e nel 1886 fu costruito il ponte di ferro sul fiume Grande a Nocera. Nel 1890 fu terminato il primo nucleo del Cimitero comunale e le sepolture non furono più effettuate all'interno delle chiese. 
Nel 1905 l'impresa Grandinetti di Belsito scavò l'acqua alla Montagna e costruì un acquedotto per rifornire le fontane pubbliche di Carpanzano, Croce del Mulino, San Giuseppe, Piazza, Sacchi, Castagnari e Arella. I terremoti del 1905 e del 1908 fecero registrare danni solo alle case, in via Serra furono allestite baracche di legno presso le quali trovarono rifugio alcune famiglie di sfollati. Nel 1911 la popolazione arrivò a 2.241 abitanti; i nuclei familiari erano circa 500, e di questi 431 vivevano nel centro abitato; il resto nelle frazioni o in case sparse. 
In Calabria all'epoca il salario variava da quattro a cinque lire al giorno, mentre in America una giornata di lavoro veniva pagata quindici lire. Per non parlare dei cinque dollari al giorno pagati da Ford ai suoi operai di Detroit a partire dal 1914, al cambio di allora 27 lire al giorno, corrispondenti a 600 lire al mese. Una cifra per la quale in Calabria bisognava lavorare un anno intero. Il livello di quelle retribuzioni finì per attirare sempe più persone, e l'emigrazione, già attiva dalla fine dell'Ottocento, subì un incremento notevole. 
Nei primi tredici anni del Novecento mezzo milione di persone lasciarono la Calabria dirette nelle Americhe. San Mango pagò il suo contributo e nel 1921 la popolazione scese a 2.121 abitanti. Alcune opere pubbliche, come la ferrovia Cosenza-Nocera Terinese, autorizzata con legge del 1879, non furono mai realizzate e così il paese perse varie occasioni di sviluppo. La linea ferroviaria, infatti, sollecitata dalla provincia di Cosenza nel 1901, toccava con una stazione il territorio di San Mango nella bassa valle del fiume Savuto e, una volta eseguita, avrebbe potuto rompere già allora l'isolamento e cambiare radicalmente il destino del centro abitato. 
Bisognerà invece aspettare il Fascismo per vedere la strada rotabile Bivio Bagni-San Mango prolungata fino a Martirano, ed alcuni ponti di pietra portano ancora oggi impressi i segni distintivi del regime. 
Nel 1926, mentre era sindaco del paese Luigi Iera, segretario comunale Lorenzo Angotti e maestri elementari erano Adele Bruno, Beatrice Angotti, Giuseppe Manfredi e Giuseppe Caravia, un gruppo di emigrati fondò a Scranton (Pennsylvania) la "San Mango d'Aquino Society" e nel 1930, per volere di quella società, fu eretto in Piazza Roma il Monumento ai Caduti in Guerra, recentemente spostato per rendere più larga la strada.
Nel 1927 il governo fascista aumentò la spesa nel settore elettrico, ed un anno dopo anche in San Mango fu portata la luce elettrica; direttore dei lavori fu Ernesto Puteri, finanziatore dell'opera Giuseppe Notarianni. 
Nel 1936 la popolazione arrivò a 2.249 abitanti, la cifra più alta dall'origine del paese; molti vivevano nelle campagne e la situazione economica era definita disastrosa. Il raccolto era scarso e non adeguato alle necessità locali. Proprietari terrieri erano i Mastroianni, Manfredi, Sacco, Bonacci, gli Arcuri, Sposato, Angotti. I principali bisogni erano il completamento e la sistemazione delle strade dell'abitato e di campagna, la riparazione dell'acquedotto esistente, la costruzione della fognatura e l'ampliamento del cimitero. 
Molte di queste opere pubbliche furono realizzate dopo la fine della seconda guerra mondiale, sotto le amministrazioni democristiane guidate dal sindaco Ugo Caravia. Potenziata l'illuminazione pubblica, la luce elettrica cominciò ad arrivare nelle campagne. Fu costruito un nuovo acquedotto, vennero edificati l'Asilo Infantile e le prime Case Popolari, fu ingrandito il Cimitero. Fu ampliata la rete idrica e fognante, ed in molte case arrivarono l'acqua corrente e migliori servizi igienici. 
Il 9 settembre 1965 la chiesa della Buda fu demolita per consentire il passaggio dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, e dieci anni dopo, sotto l'amministrazione socialista, fu iniziata la costruzione dello svincolo destinato a collegare il paese con l'autostrada. 
Nel 1951 San Mango contava 2.404 abitanti. Erano tempi in cui i poveri soffrivano la fame, un muratore guadagnava meno di 5000 lire al mese, un paio di scarpe costava 2000 lire, un pane 30 ed un litro di vino 60; una bicicletta 20000 lire. 
L'Italia stava vivendo uno sviluppo economico impetuoso e per la prima volta gli addetti all'industria superarono quelli dell'agricoltura. I salari e gli stipendi aumentavano, e così pure i consumi: televisori, frigoriferi, lavatrici, motoscooter e Fiat 600. Nelle regioni del Sud, tuttavia, gli operai dei cantieri arrivavano a percepire solo 12000 lire al mese, contro le 40000 degli operai del Nord. In queste condizioni riprese l'emigrazione, e tra il 1951 ed il 1971 San Mango perse 468 abitanti. L'emigrazione rappresentò una valvola di sfogo alla miseria, molti uomini andarono a costruire strade e ferrovie in Alto Adige, altri ancora persero la vita o la salute nelle miniere e nelle gallerie. 
Grazie alle rimesse degli emigranti i segni dello sviluppo affiorarono anche in San Mango. Nelle abitazioni arrivarono i primi televisori, i mobili in formica, le cucine a gas, i prodotti Moplen e le calze di Nylon. Bleu jeans, flipper, juke box, ciclomotori, qualche automobile, Oscar Mondadori e Pocket Longanesi a 350 lire, i primi 45 giri, fotoromanzi e fumetti erano i segni tangibili di un cambiamento che coinvolgeva gli atteggiamenti e le opinioni della gente. I bar e le cantine diventavano luoghi di svago per contadini, operai e studenti, mentre Cicco Maletta continuava ad insegnare musica ad intere generazioni che suonavano nella banda. 
Nel 1971 la popolazione scese a 1.936 abitanti; anno dopo anno le antiche botteghe artigiane chiusero i battenti e molti "mastri" affrontarono l'emigrazione; i più fortunati, invece, diventarono uscieri o bidelli ed abbandonarono per sempre il mestiere. 
Nel paese la nuova amministrazione socialista avviò un intenso programma di opere pubbliche ed in dieci anni, grazie anche alla nascita delle Regioni ed alla maggiore disponibilità di risorse finanziarie, furono realizzati il ponte sul fiume Casale, l'ampliamento del Cimitero, l'acquisto dello scuola bus, il completamento dell'edificio delle scuole elementari, la costruzione di un nuovo serbatoio, il completamento della rete idrica e fognante, la costruzione di un ambulatorio medico, la sistemazione delle principali arterie comunali. 
Intanto in Italia la Corte Costituzionale aveva stabilito la legittimità delle trasmissioni radio e televisive locali ed in San Mango era stata fondata Radio S. Mango Libera, che iniziò le trasmissioni in FM su 102,500 Mhz e che, grazie all'iscrizione al Registro della Stampa, mandò in onda per lungo tempo un notiziario giornaliero ed organizzò dibattiti di vario genere. 
Nel 1991 la popolazione tornò a superare la soglia delle duemila unità, ed i principali problemi strutturali si potevano dire praticamente risolti. Ma per San Mango, come per l'intera regione, si è trattato di uno sviluppo senza progresso, come ha scritto Augusto Placanica, il grande storico della Calabria. E Lombardi Satriani, pur sottolineando "l'innegabilità del miglioramento delle condizioni economiche di buona parte degli abitanti", aggiunge che la società meridionale "vive un profondo, radicale processo di disgregazione". 
Ancora oggi San Mango d'Aquino rispecchia in pieno questi fenomeni. La prova è data dalle abitudini di vita che si praticano quotidianamente e dal grande bisogno di identità che si respira. Ed i sintomi del malessere sono sempre più frequenti. Il 10 dicembre 2003 la Gazzetta del Sud ha riportato la notizia di un nuovo, inquietante episodio sacrilego: molte cappelle del Cimitero sono state violate senza rispetto da alcuni balordi che avevano buttato a terra le statuine di Padre Pio e della Madonna. 
Questi episodi di vandalismo sono tipici di una società senza valori, e la sfida con il futuro si può vincere solo se si recupera il senso di appartenenza ad una casa comune - così come hanno scritto i nostri antenati ai piedi della statua di S. Tommaso - e se i cittadini saranno capaci di riempire con un comune sentire ed un comune agire una comunità che rischia di diventare una semplice espressione geografica.