PENSIERI&PAROLE

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IL  CASO  MORO
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IL CASO MORO

10 Maggio 2008
Nei trent’anni che ci separano da quel 9 maggio 1978, sul "caso Moro"sono state scritte più di un milione di pagine tra libri e riviste. A parte l'occasione celebrativa ed il significato di testimonianza, a parte le emozioni provate da chi seguì la vicenda momento per momento, quale valore può avere un’altra riflessione sull'argomento? Cerchiamo di fornire qualche argomentazione utile, lasciando al lettore la risposta, e partiamo dalla ricostruzione del clima politico dell’epoca.

Le difficoltà della Dc

Erano i cosiddetti "anni di piombo" delle stragi e dei quotidiani attentati terroristici. Le condizioni della Dc erano tra le più difficili della sua storia. Il partito, sconfitto nel referendum sul divorzio del 1974  e poi nelle elezioni amministrative del 1975, era stato abbandonato anche dal Psi, tanto che Francesco De Martino, con un articolo pubblicato sull'Avanti! del 31 dicembre 1975, aveva detto chiaramente che i socialisti non avevano più alcuna ragione per appoggiare il governo.

Benigno Zaccagnini, nominato segretario politico dello scudo crociato la notte del 25 luglio 1975, consapevole dell'isolamento del partito, aveva dichiarato: "Io penso che si debba dire apertamente che il tempo delle rendite è finito, che ora siamo in campo aperto, dinanzi ad una società nuova, più articolata ed esigente, di fronte alla quale i consensi o ce li guadagniamo per la nostra capacità politica o non ce li meritiamo".
Nel luglio del 1976 era nato il primo monocolore democristiano sorretto dalla "non sfiducia" ed il Pci di Berlinguer si era tuffato nell'avventura del "governo di solidarietà nazionale". Il 17 novembre 1977 Ugo La Malfa aveva  incontrato Moro in un corridoio della Camera e gli aveva illustrato la sua idea di inserire il Pci nella maggioranza. "La situazione del Paese - annota La Malfa nei suoi appunti - mi pareva di una gravità estrema e il governo Andreotti assolutamente non in grado di affrontarla".

Si avvicinano Dc e Pci

Intanto Berlinguer era tornato da Mosca, dove aveva preso le distanze dal "socialismo reale" in modo netto, ed il primo dicembre i comunisti avevano firmato un documento della maggioranza in cui la Nato veniva indicata come "punto di riferimento fondamentale" della politica estera italiana.
La manifestazione a Roma dei metalmeccanici, che rifiutavano i sacrifici in cambio di niente, e la minaccia di sciopero generale, fatta da Berlinguer in televisione la sera del 15 dicembre 1977, avevano spianato la strada alla crisi di governo, che si era aperta formalmente quando il capo dello Stato Giovanni Leone aveva accettato con riserva le dimissioni di Andreotti presentate il 16 gennaio 1978.
Il 26 gennaio Berlinguer aveva dichiarato: "Bisogna dare al Paese un governo di emergenza per fronteggiare una crisi di gravità eccezionale" ed il 28 febbraio 1978 Moro parlò, finalmente, alla riunione dei Gruppi parlamentari Dc della Camera  e  del Senato.
Tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù era in corso una trattativa che durava da più di un anno; ma sul piano internazionale la piega che stavano prendendo gli avvenimenti in Italia infastidiva l'amministrazione Usa. Il 12 gennaio 1978 il Dipartimento di Stato americano era intervenuto con una dichiarazione secondo la quale "i recenti avvenimenti in Italia hanno accresciuto la nostra preoccupazione". Le  parole successive non lasciavano spazio a dubbi: "Noi non siamo favorevoli alla partecipazione dei comunisti ai governi dell'Europa occidentale e vorremmo veder diminuita l'influenza comunista in questi paesi".

Il disegno di Moro

Il leader democristiano, nel discorso del 28 febbraio, aveva affermato che "al sistema delle astensioni, della non opposizione, si dovrebbe sostituire un sistema di adesioni", auspicando una "intesa sul programma, che risponda all'emergenza reale che è nella nostra società". "Perché - spiegò - abbiamo una emergenza economica ed una emergenza politica. Io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell'opposizione. Sono in linea di principio pienamente d'accordo... Ma immaginate cosa avverrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo? Ecco che cosa è l'emergenza ed ecco che cosa consiglia una sorta di tregua e suggerisce di riflettere su un modo accettabile per uscire da questa crisi".
Era la richiesta di un accordo sul programma nella logica del "non rompete tutto". E l'operazione - è Moro stesso a riconoscerlo - non comportava "la formazione di una maggioranza politica", perché i membri della Direzione Dc erano stati unanimi nel dire no ad una coalizione politica generale con il Partito comunista. Ma per Moro la Dc non doveva essere solo un partito di testimonianza, bensì doveva proporre un'iniziativa coraggiosa e appropriata alla situazione, sconfinando in un terreno ancora inesplorato: Questo terreno nuovo e più esposto c'è già, già ci siamo sopra nella vita politica...in molte articolazioni dello Stato democratico... E ci siamo già con altri, nella vita sociale, nei sindacati, nelle associazioni civili, negli organismi culturali, nelle innumerevoli tavole rotonde alle quali siamo presenti". 
Questo disse Moro il 28 febbraio 1978, ma già dieci giorni prima egli aveva espesso gli stessi concetti nel corso di un colloquio con Eugenio Scalfari. Il direttore de 'la Repubblica' tenne riservati gli appunti fino al 14 ottobre 1978, giorno in cui li pubblicò "alla vigilia d'un dibattito parlamentare importante, e mentre sono in molti ad arrogarsi la pretesa d'aver capito il Moro di prima e il Moro di dopo, il Moro libero e il Moro in cattività, costruendo castelli di carta, non sempre di buona lega".
In quell'occasione Moro affermò: "La Dc marcerà sull'ingresso del Pci nella maggioranza subito. Ma poi credo che ci debba essere una seconda fase, non troppo in là, con l'ingresso del PCI nel governo. So benissimo che sarà un momento "stretto" da superare. Bisognerà superarlo... Soltanto dopo che avremo governato insieme e ciascuno avrà dato al Paese le prove della propria responsabilità e della propria capacità, si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo... La società consociativa non è un modello accettabile per un Paese come il nostro... Dopo la fase dell'emergenza si aprirà finalmente quella dell'alternanza, e la DC sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi".
Quello che venne dopo lo sanno tutti: l'agguato di Via Fani del 16 marzo 1978, l'uccisione degli uomini della scorta, il rapimento e poi l'assassinio di Aldo Moro. E la politica del compromesso storico continuò, tra discussioni e aggiustamenti, fino ad esaurirsi nel 1980.

Un'analisi difficile

Quale pensiero politico di Aldo Moro dobbiamo ricordare oggi? Vale il disegno a tappe,  oppure gli studiosi devono rivedere il clichè che fa di Moro un "cattocomunista", esaltato a sinistra e detestato a destra?
Dopo l'annuncio flash dato da Cesare Palandri alle nove e venticinque del 16 marzo 1978 e la successiva diretta radiofonica da via Fani con la voce di Franco Bucarelli, ricordo che i lavoratori romani si dettero appuntamento in Piazza San Giovanni, quel pomeriggio, ed io stesso sono stato testimone dello sventolio di un mare di bandiere bianche con lo scudo crociato, che per la prima volta ho visto accanto alle bandiere rosse del Pci e a quelle del Sindacato.
Nel corso degli anni molti studiosi hanno mostrato di non credere ai collegamenti internazionali ed hanno sottolineato il fatto che gli assassini di Moro abbiano sempre rivendicato con forza la matrice tutta italiana del crimine, respingendo con fermezza ogni sospetto di essere stati manovrati dall'esterno. Ma la vicenda è ancora aperta.
Cinque anni addietro, però, alla conferenza stampa di presentazione del film "Piazza delle Cinque Lune", il regista Renzo Martinelli ha dichiarato che "Moro fu minacciato dagli Stati Uniti per il suo progetto politico di apertura a sinistra; poi provarono a tirarlo nello scandalo Lockeed; infine passarono alle vie di fatto".
A quella presentazione c'era anche Maria Fida Moro. Queste le sue parole: "Chi mente su mio padre? Tutti. Basta prendere l'elenco di chi stava al governo nel '78, della Dc, del Pci e di buona parte di altri partiti". A queste parole si sono aggiunte quelle del fratello Giovanni, secondo il quale il "mondo politico, lo Stato, le istituzioni presero la decisione di non trattare in alcun modo la liberazione del prigioniero. Si determinò una situazione di carenza delle indagini" e "purtroppo non siamo ancora arrivati ad una verità credibile".
Oggi gli archivi sono aperti. Se il presidente del Consiglio non metterà il veto sulla diffusione dei dati, gli studiosi e gli storici potranno accedere direttamente alla documentazione di prima mano e molto si potrà sapere sul caso Moro.      
Potremo sapere, cioè, chi sono stati veramente i nemici dell’Italia, e potremo sapere se lo Stato, con la linea della fermezza, ha ottenuto veramente la vittoria finale?

 

 

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