PENSIERI&PAROLE

Nov 22, 2019, 5:25
Il mio pensiero di Natale
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Il mio pensiero di Natale

13 Dicembre 2007

Una madre scrive al figlio lontano, che non vede e non sente da molto tempo. Confessa di essere in pena per la sua vita e ricorda i giorni dell’infanzia trascorsi insieme:

 

Non scrivi più, e non ti sento più,
so quel che fai e ho un po' paura, sai.
Son senza sole le strade di Rosario,
fa male al cuore
avere un figlio straordinario:
a saperti là sono orgogliosa e sola,
ma dimenticarti... è una parola...
Bambino mio, chicco di sale,
sei sempre stato un po' speciale,
col tuo pallone, nero di lividi e di botte,
e quella tosse, amore,
che non passava mai la notte;
e scamiciato,
davanti al fiume ore e ore,
chiudendo gli occhi,
appeso al cuore.

figlio vive in una terra piena di dolore, di ingiustizie  e di sofferenza. Pensa alla madre e vorrebbe che tutto il mondo assomigliasse a lei:

O madre, madre,
che infinito, immenso cielo
sarebbe il mondo se assomigliasse a te!
Uomini e sogni come le tue parole,
la terra e il grano come i capelli tuoi.

La madre vuole molto bene al figlio, e vive nella continua attesa del suo ritorno:

Tu sei il mio canto,
la mia memoria,
non c'è nient'altro
nella mia storia;
a volte sai, mi sembra di sentire
la "poderosa" accesa nel cortile:
e guardo fuori: "Fuser, Fuser è ritornato!",
e guardo fuori e c'è solo il prato.

Il figlio risponde alla madre e le dice, finalmente, perché non può tornare:

 

O madre, madre,
se sapessi che dolore! 
Non è quel mondo che mi cantavi tu: 
tu guarda fuori, 
tu guarda fuori sempre, 
e spera sempre
di non vedermi mai; 
sarò quel figlio
che ami veramente, 
soltanto e solo
finché non mi vedrai.

Fuser non può tornare.
Non può lasciare la Bolivia. Perché anche lì “non è quel mondo che mi cantavi tu”, dice alla madre. E’ vero: senza di lui le strade di Rosario sono senza sole. Però Fuser non può tornare. Sta lottando per la liberazione dei popoli oppressi. Quel viaggio di migliaia di chilometri in motocicletta, dall’Argentina al Venezuela, quel viaggio, dal dicembre 1951 al luglio 1952, compiuto col suo amico e compagno di studi Alberto Granado, lo ha cambiato più di quanto credesse. Ed ora sta lottando per ridare dignità alle persone.
Continua pure ad aspettarmi – dice alla madre – e guarda fuori sempre. Ma io non tornerò. Sarò tuo figlio, sarò quel figlio che tu ami veramente, solo se continuo la mia battaglia, e quindi se non ritorno. Spera dunque di non vedermi mai. Sarò tuo figlio, dice alla madre, soltanto e solo finché non mi vedrai.
E’ questo il mio pensiero di Natale, in questi giorni che si portano via un altro anno. Quaranta. Sono quarant’anni che quel bambino che giocava col pallone, quel bambino che passava ore ed ore davanti al fiume e che di notte era tormentato dalla tosse che non finiva mai…quel bambino – diventato uomo – son quarant’anni che è morto. Ucciso.

Questo pensiero di Natale è un omaggio alla sua memoria. Alla memoria di uno di quegli uomini che agiscono come pensano.

La madre è Celia de la Serna; il bambino diventato uomo è Ernesto Guevara de la Serna.  Le parole sono di Roberto Vecchioni. Per ascoltarle, andate in Google video musicali e digitate Celia de la Serna.

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