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Roberto Maroni twitta Oggi: “Da non perdere l’articolo di Vittorio Sgarbi sui Bronzi di Riace”
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Roberto Maroni twitta Oggi: “Da non perdere l’articolo di Vittorio Sgarbi sui Bronzi di Riace”

07 Agosto 2014

 

Roberto Maroni twitta Oggi: “Da non perdere l’articolo di Vittorio Sgarbi sui Bronzi di Riace”. Il governatore della Lombardia ha postato sul suo profilo Twitter un consiglio per i suoi followers: leggere Oggi e in particolare l’articolo con cui Sgarbi difende e argomenta la sua proposta di portare i Bronzi di Riace a Milano in occasione dell’Expo. Di seguito, il pezzo integrale di Vittorio Sgarbi.

TRATTIAMOLI COME L’ANNUNCIAZIONE - Andiamo con ordine. I Bronzi di Riace sono di proprietà dello Stato, non appartengono né al Comune, né alla Regione. Esattamente come La Primavera di Botticelli e L’Annunciazione di Leonardo agli Uffizi. Se per un accordo internazionale – e sommamente internazionale è l’Expo – gli Uffizi decidono di inviare in America L’Annunciazione di Leonardo, la decisione spetta esclusivamente al direttore e al sovrintendente e, in ultima istanza, comunque prevalente, al ministro, sentito o ignorato il comitato di settore competente (ma il parere è consultivo). Dunque lo Stato centrale deve poter disporre, in modo esclusivo, dei propri beni. Michelangelo, Raffaello, Leonardo compresi. Beni non inferiori per importanza e delicatezza ai Bronzi di Riace. Matteo Renzi, sindaco, non poteva in alcun modo condizionare la decisione del prestito. Renzi premier sì, attraverso il ministro dei Beni Culturali, senza alcuna trattativa o compromesso. La trattativa con gli enti locali attribuisce un potere decisionale a chi non l’ha e lo configura sotto specie di ricatto, materiale e culturale. Da questo punto di vista i Bronzi di Riace si sottrarrebbero, nella percezione di taluno, alla potestà propria e indiscutibile dello Stato, giuridicamente definita, in nome delle condizioni di vessazione e umiliazione patite dalla Regione, da parte di uno Stato assente, che le darebbero un credito anche su ciò che non le appartiene.

SONO BENI DELLO STATO - Per questo l’intervenire sui Bronzi, in assenza di autorità investite di ruoli, peraltro non interferenti, come il sindaco (commissariato) e il presidente della Regione (dimissionario), da parte di soggetti come il presidente del Consiglio regionale calabrese o parlamentari locali, appare insensato, come per un’alterazione della visione, di attori, letteralmente, incompetenti. Infatti il sindaco di Milano o il presidente della Regione Lombardia non avrebbero e non hanno alcun titolo per interferire sulla decisione della sovrintendenza di Brera, bene dello Stato, di prestare per una mostra il Cristo morto di Mantegna. Ma, superato l’argomento dell’incompetenza funzionale, passiamo ad analizzare quello, nel caso di specie sollevato dai titolari della responsabilità diretta, i sovrintendenti, delle condizioni delle statue, ritenute fragili e a rischio di trasferimento.

UNA RESISTENZA MILLENARIA - L’argomento fu usato anche per negare il prestito del sopra ricordato Cristo morto di Mantegna, ma una perizia voluta dal ministero portò a conclusioni opposte. È infatti conseguenza di una deformazione pseudoscientifica della conservazione, la valutazione del rischio applicata ai Bronzi di Riace. In realtà i due bronzi hanno dato prova di resistere in condizioni particolarmente difficili, restando sott’acqua quasi 2.500 anni. Nessun oggetto, di qualsiasi materiale, e nessuna persona, sarebbero potuti uscire in uno stato di conservazione quasi miracoloso, come i Bronzi. Mio padre, mia madre, mia sorella sono infinitamente più fragili e molto più a rischio negli spostamenti.

I PARERI DISCORDI DEGLI STUDIOSI - D’altra parte non si capisce con quale criterio, forse perché lui danzante e loro immobili, abbia potuto girare il mondo in lungo e in largo, il Fauno di Marsala, della stessa epoca e non in migliore stato di conservazione. Il bronzo è il materiale più resistente agli agenti esterni e ai viaggi. Inutile ricordare gli esempi, dal Marco Aurelio al Colosso di Barletta, al Gattamelata, al Colleoni, ai Cavalli del Mochi, a tutti i monumenti equestri. Il bronzo è «aere perennius», ed è certamente più dannoso un ennesimo restauro (il terzo dopo la scoperta) di un viaggio. L’accanimento morboso è il vero danno che hanno patito. Così anche i pareri degli studiosi sono discordi come raramente è accaduto per un’opera d’arte antica: non per l’Auriga di Delfi, non per il misterioso autore dei sublimi marmi di Olimpia.

UN PERIODO DI TRANSIZIONE - Eppure se i due bronzi non fossero al centro di un caso, senza evocare il nome non necessario di Fidia, sembrerebbe indiscutibile che essi appartengano al V secolo, e più precisamente al 470-460, negli anni della giovinezza di Fidia, poco dopo l’Auriga e il Maestro di Olimpia, in quel supremo momento che i vecchi manuali avrebbero indicato come di transizione tra il periodo severo e il periodo aureo: non altrove che in quel momento possono essere state concepite due opere nelle quali la durezza della materia sembra sciogliersi nella tenerezza delle carni, passando dalla rigidezza alla vita, come un corpo che si risvegli dai torpori del sonno. È indubitabile che in una civiltà come la greca una tale fase evolutiva riguardasse più di un artista, in una sorta di spirito dei tempi.

NON C’È ALCUN MISTERO - L’autore dei Bronzi di Riace non è Fidia e non può essere il Maestro di Olimpia che spesso rimane al di qua dello scioglimento della pietra nella carne, ma è certamente un maestro che sta al loro fianco, quello che i classificatori ottocenteschi avrebbero potuto chiamare lo Pseudo-Fidia. E ciò è tanto chiaro che toglie ogni mistero ai bronzi, che ne furono anzi sempre privi nei miei ammirati ma sempre convinti pensieri su di loro, se non si fosse alzato un fumo denso per renderne difficile la lettura. Sarà bene allora pensare ad Antonio Canova, che nel suo Napoleone di bronzo, conservato al centro del cortile dell’Accademia di Brera, con una più composta rigidezza sembra aver prefigurato i Bronzi di Riace, come se si fosse preparato a vederli, offrendone una sorta di profetico identikit.

SONO CALCHI DIRETTI DI UN CORPO - Se Canova avesse visto i Bronzi di Riace avrebbe immediatamente riconosciuto in essi ciò che distingue lo spirito greco da quello romano, la differenza fra l’imitazione dell’arte e quella della natura, avrebbe sentito la palpitazione della carne, e ritrovato la civiltà di cui le opere di Fidia sono sintesi e simbolo: «Le opere di Fidia sono una vera carne, cioè la bella natura, come lo sono le altre esimie sculture antiche (…). Devo confessarvi che in aver veduto queste belle cose il mio amor proprio è stato solleticato, perché sempre sono stato di sentimento che i grandi maestri avessero dovuto operare in questo modo e non altrimenti. Non crediate che lo stile de’ bassorilievi del tempio di Minerva sia diverso: essi hanno tutti le buone forme e la carnosità, perché sono sempre gli uomini stati compositi di carne flessibile, e non di bronzo». Aggiungerò allora che Goffredo Parise mi comunicò un giorno la sua convinzione che l’irripetibile evidenza reale dei due Bronzi di Riace derivasse loro dall’esser calchi diretti del corpo umano, presi sulla carne viva, così da averne carpito anche l’anima.

QUEI 1.700 GIORNI SENZA POLEMICHE - L’ultimo argomento per resistere al prestito di questi capolavori universali è ancora più risibile: bisogna venire a vedere i Bronzi in loco. Sono 33 anni che lo si fa, dopo la grande ouverture voluta da Pertini al Quirinale nel 1981. Da 32 anni i Bronzi non si muovono, ma sono stati 1.700 giorni distesi nelle stanze del Palazzo della Regione Calabria mentre si restaurava la loro costosissima casa. Nessuno in quel periodo si è lamentato della sottrazione dei Bronzi al circuito turistico con la forzata deviazione nell’infelice sede provvisoria.
In realtà anche nella più ottimistica proiezione dei dati, nella nuova, ancora incompiuta, sede, il flusso turistico, sempre molto contenuto, è rilevante soltanto nel periodo estivo (intorno ai 30 mila visitatori), mentre nei mesi tra ottobre e aprile non supera le 10 mila persone.

ALLA CALABRIA 5 MILIONI DI EURO - È evidente a tutti che, per quanto bella, Reggio Calabria non è Roma benché la destinazione stabilita dalla legge dello Stato nel museo nazionale della città capoluogo, sia corretta e indiscutibile; ma questo non toglie che, nei mesi morti, anche con cadenza quinquennale, in luoghi come il Louvre, il Metropolitan, il Museo di Pechino o l’Expo, essi potrebbero avere in pochi mesi qualche milione di visitatori. Ipotizziamo all’Expo 1 milione di visitatori in cinque mesi, a 15 euro, che agli enti locali, nella misura di un terzo, frutterebbe 5 milioni di euro.  Con sei uscite in vent’anni, ritornando in Calabria, essi si ripagherebbero la loro costosissima sede e avrebbero, nei mesi attivi, un ritorno di ciò che hanno seminato nel mondo. Durante la loro assenza, lo Stato attraverso il Fec, Fondo Edifici di Culto del Ministero degli Interni, senza depauperare alcun museo, potrebbe offrire in cambio due competitive e attraenti tele di Caravaggio. Nel caso dell’Expo, i Bronzi sarebbero la più importante immagine dell’Italia davanti agli altri Paesi, e la più alta e nobile testimonianza della Calabria. Un‘immagine assolutamente positiva contro tutte le mafie. Di più: escludo che qualunque visitatore dell’Expo, contrariamente a quello che qualche illuso pensa, faccia il viaggio in Calabria per vedere i Bronzi di Riace. Chiuso nel recinto dei padiglioni di questa rappresentazione deformata di Milano, a malapena, se troverà il biglietto, visiterà il Cenacolo di Leonardo.

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