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Nov 21, 2017, 20:00
Angelo Orlando

Angelo Orlando

Sammanghese di origine, vive da anni ad Empoli, ma ritorna con piacere al nostro paese ogni volta che ne ha occasione. Autore versatile, passa con abilità dalla prosa alla poesia.

01/07/2004

Leggendo le liriche di Angelo non possiamo fare a meno di richiamare alla memoria Quinto Orazio Flacco, a cui per certi aspetti si avvicina; prima di tutto nell'esaltazione dell'inebriante bevanda dono di Dioniso e nell'attribuzione ad essa di doti terapeutiche: “Nunc vino pellite curas” invita Orazio; “… secuta ogne affannu … Sculatillu ‘nu parmu ‘e vinu/ è medicina ppe ru stentinu” dice Angelo. Ma altri elementi li accomunano: la capacità di raffigurare i personaggi popolari e gli amici con garbato e fine umorismo e di rappresentare scene di vita vissuta, siano esse malinconiche, siano esse divertenti, sempre con vivacità e sottile ironia.Ma Orlando non è solo questo. Fortemente presente è l’amore e la nostalgia per il suo paese, ma soprattutto per il tempo della giovinezza e della vita familiare qui vissute. E’ tanto atteso il momento del ritorno, ma quasi è delusione per ciò che trova, anzi, per ciò che non trova perché non c’è più o perché è cambiato: la sua casa c’è ancora, ma non più i suoi genitori e non più il fuoco scoppiettante nel camino (simbolo di vita) e, dice Angelo ”… l’allegrizza mia diventa amara.”

Prof.ssa Mery Torchia

 

 

A 'Ntoni Ungaru

A 'Ntoni Ungaru

Venerdì, 15 Agosto 2014 00:00

T'hajiu dittu puru prima

ch''u brinnisi è ccu' ra rima,

e t''u tuarnu a dire moni,

te salutu Ungaru 'Ntoni.

'U ru fhazzu no' ppe' vantu,

ccu' ru vinu io V'incantu!

'Un te vuagliu no' 'ncrepare,

ma 'na picca 'nziniare.

Chiddha sira era cuattu,

de bicchiari sulu uattu,

culure russu rubinu,

'nsinga 'e quattru d'u matinu.

E ra birra jia a lavina,

pulizzava 'i stentina;

pp''a putire pue spurgare,

cc'era tantu 'e peniare.

De 'u fhunnu de 'stu core

mille aguri de calore

io de ccà moni te mandu,

'u cumpari Ancil' Orlandu.

Lettera aperta a Maruzzu

Lettera aperta a Maruzzu

Domenica, 13 Ottobre 2013 00:00

Ricordando Maruzzu

     Il 2 ottobre 2013 sono ritornato a San Mango. Ma tu non c’eri più! Il cielo ti aveva convocato da qualche giorno; una profonda tristezza inondò il mio cuore ed un nodo mi serrò la gola.

 

     Ci siamo resi conto che hai lasciato un vuoto incolmabile dentro il cuore di tutti noi sanmanghesi  e delle persone del circondario che ti conoscevano e ti volevano bene, in modo particolare nel cuore degli emigrati che, quando ritornavano al paese natio, tu eri solito avvicinare con un sorriso raggiante e con quelle tue espressioni naturali che riempivano l’animo di chi ti stava vicino di gioia e di amore. E quando ricevevi una carezza ti sentivi l’uomo più felice del mondo! La tua allegria si trasformava in orgoglio, quasi una esaltazione.

 

     Per circa mezzo secolo nella vita quotidiana sanmanghese sei stato un personaggio unico, affascinante e fantasmagorico.

 

     Quando passavi per il tabacchino di Peppinochiedevi sempre: Quannu vena Ancilu, quannu vena! E se sapevi che dovevo arrivare ti facevi vedere più spesso e dicevi veloce: - E’ venutu Ancilu, duv’è Ancilu! Ogni volta che  mi vedevi dicevi come sta Valentina e Vincenzo come sta? E poi mi domandavi cosa ti avevo portato. A te piacevano molto le pizze de Giuanni, il pallone e le magliette, quelle particolari, e quando te ne veniva regalata qualcuna o ti si offriva qualcos’altro, vederti contento e sorridere era una cosa bellissima chescaldava il cuore di ognuno di noi.

 

     Negli ultimi giorni mi avevi chiesto un pallone. Non ho fatto in tempo a portartelo. Perdonami!

 

Ma lassù, dove ti trovi adesso, sono certo che, circondato da tanti palloni, stai già giocando con la Nazionale del Corpo Celeste con la maglietta numero 1 e gli angeli giocheranno con te, facendoti molti tiri in porta, e tu li parerai tutti, ridendo per la contentezza e gridando, come sempre facevi  IIIIIUUUUU!!! IIIIIUUUUU!!! E gli amici della Curva Sud e della Piazza, ascoltando il tuo grido che per magia echeggia sulla terra, continueranno come sempre a rincuorarti a squarciagola, dicendo Forza Maruzzu!!! Bravu Maruzzu!!!

 

     Un giorno anche noi verremo in cielo e ci incontreremo di nuovo e sentiremo ancora quel  grido particolare ed indimenticabile che usciva spontaneamente dalla tua bocca, rimbombando per tutto il paese, dando allegria a tutte le persone che lo ascoltavano: IIIIIUUUUU!!!

 

     Ti ricordi quel giorno di un meriggio di calura estiva del mese di luglio, quando un paio di anni addietro, abbiamo deciso di fare assieme una camminata a piedi per una visita improvvisata all’amico Micu Ciccu che abitava in contrada Cannedda di Nocera Terinese?

 

     Mentre percorrevamo una strada ripida in salita, improvvisamente ‘nu curzune davanti a noi attraversava la strada ed andava a nascondersi velocemente in un miscuglio di rovi e sterpaglie. La paura fu subitanea. Il sole bruciava ed il sudore scendeva copioso. Tu, preso dal panico, volevi ritornare indietro e sei rimasto fermo sui tuoi passi. Io cercavo invece di persuaderti a ripartire dicendoti che se il serpente fosse ritornato ci saremmo potuti difendere, tu ccu’ ‘nu mazacane ed io ccu’ ‘nu vette, che nel frattempo ci eravamo procurati. Armati anche di coraggio, e non solo,  siamo ripartiti, ridendo e scherzando.

 

     Finalmente dopo un breve tratto di strada abbiamo raggiunto la casa dell’amico Micu Ciccu che, vedendoci arrivare improvvisamente, sorpreso e allo stesso tempo col sorriso sulle labbra, ci ha fatto entrare, rifocillandoci con alcune sue prelibatezze accompagnate  da un buon bicchiere di vino locale.

 

     Una volta rifocillati dopo quella lunga e faticosa camminata, prima che facesse sera, ci

 

avviammo verso casa, imboccando un’altra strada, non quella che ci portava in contrada Salice, da dove eravamo venuti, bensì quella che ci conduceva al vecchio campo sportivo di San Mango, ed ascoltavamo ancora il grido stridulo delle cicale ed i cri-cri dei grilli canterini che iniziavano già a farsi sentire.

 

    
In cielo carissimo Maruzzu, sarai sempre felice.

 

     Da noi invece….. la vita non è tutta rose e fiori!!!

 

     Ricordandoti con affetto

 

Poesia per Bruno

Poesia per Bruno

Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Il poeta sommo Dante scrisse un libro ch’è divino;
or vi leggo in quest‘istante
pochi  versi qui in  giardino.
Quando sono un poco strano,
salgo in sella in bicicletta
col manubrio sempre in mano,
e da Bruno arrivo in fretta.
Sorridendo lui m’aspetta,
e da bravo infermiere
in un lampo mi rassetta,
mi fa presto rinvenire.
Mi prescrive una ricetta,
con un nettare di-vino,
‘na puntura tosto inietta,
s’è finito,  va’ nel tino.
Dell’intero empolese,
proprio Bruno è il più cortese;
in un modo sì palese,
ve lo dice un calabrese.
Questa sera gli proietto,
concentrandomi, con stima,
tutto quanto il mio affetto,
lo delizio con la rima.
Cerco i versi,  ed i più belli,
se la mente non s’offusca,
li rastrello p’el Nannelli,
il compagno di Marusca!
Son passati 50 anni,
proprio come un siluro;
il futuro senza affanni
sia più roseo e meno oscuro!

Epifania al Chiarugi

La Befana

Giovedì, 10 Gennaio 2013 00:00

Son venuta da lontano
con il lume sempre in mano,
il vestito a trullallà,
la Befana eccola qua!
Finalmente al Chiarugi so’
arrivata senza indugi!
Con la scopa per cavallo,
son con voi, per fare un ballo.
Ma con tante primavere,
sono stanca, or voglio bere.
Con il nettare di-vino,
mi ripiglio un tantino,
e col suon dell’organetto
vi rallegro e mi diletto.
La Befana lascia i doni,
ai monelli ed ai più buoni;
al governo ch’è sprecone,
lascia cenere e carbone.
Saltellando come un pazzo,
la Befana balla a razzo;
allietando con sollazzo,
esce poi dal palazzo.
Attraverso il caminetto,
poi risale sopra il tetto.
Con un balzo, per magia,
con la scopa, vola via…..

Il Fedelissimo

Il Fedelissimo

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

“Sciuri, sciuri, sciuri di tuttu l'annu, l'amuri ca mi dasti ti lu tornu…”
Questa era forse la canzone che, alle prime luci dell'alba, un contadino siciliano, a dorso del suo mulo, serenamente cantava, mentre si recava, a passo lento, verso la sua vicina campagna, per il lavoro quotidiano.
Gli scorrazzava intorno un bel cane che, con il suo muoversi e con il frequente abbaiare sembrava volesse fare da coro al padrone.
Ma quella mattina anche due carabinieri, di buon'ora, erano usciti in perlustrazione.
Il contadino, vedendoseli improvvisamente davanti, a tutto poteva pensare, tranne di essere fermato per un controllo e con una voce serena li salutò: “Baciamo le mani a Vussìa!” 
La risposta del militare più anziano, anche lui siciliano, fu immediata: “Sa benerìca a Vussìa!” e con un tono apparentemente serio ma, nascondendo una certa ironia e certamente senza alcuna volontà di procedere, aggiunse: “Lei è in contravvenzione!”
L'uomo, udendo quelle parole, sgranando gli occhi e quasi incredulo, gli rispose: “Perché Vussìa mi vuole fare una multa, cosa ho fatto?”. 
“Perché sta portando il cane in giro senza il guinzaglio e senza la museruola” fu la risposta secca del militare. 
Il povero contadino si sentiva amareggiato e con preoccupazione replicava che il cane non era suo ed aiutandosi ripetutamente anche con alcuni movimenti delle mani, lo invitava ad allontanarsi.
Ma anche il cane non si rendeva conto di quello che stava accadendo e scrutava intorno con occhi attenti, spostandosi di qualche metro, fissando ancora lo sguardo verso il suo padrone, il quale tentava ancora ed in tutti i modi di far credere che non fosse suo. 
I tentativi, palesemente comici, addirittura divertivano i militari che osservavano la scena senza nascondere qualche amena risata. 
Approfittando, quindi, del fatto che il cane s'era fermato ad una certa distanza, convinto di aver dimostrato ai carabinieri la propria innocenza, il contadino incitò il mulo ad andare via, allontanandosi velocemente, dopo averli salutati, senza più voltarsi. 
Il cane, infine, muovendo e arrotolando la coda, rivolse lo sguardo verso i due carabinieri e proseguì il cammino, al seguito del suo padrone, che in verità non cantava più, fermandosi ogni tanto e guardando ancora dietro, quasi a voler dire: “Ma guarda che razza di padrone ho!! E io che gli sono sempre fedele!”

‘U Maestru Caravia

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

‘U maestru Caravia
a ra scola ne dicìa:
“Si vuliti studiare
ubb'aviti ‘e preoccupare,
mo' ve dugnu ‘na rizzetta
ch'èdi scritta ‘e manu sperta.
Vue ‘un me pariti fhissa,
già serviti puru ‘a missa.
Siti bravi quatrariaddhi,
chjrichiatti e santariaddhi.
Io ve mannu a Trupia,
de ‘na bona cumpagnia;
quannu ‘ncunu s'è spogliatu
s'èdi sempre sistematu.
‘A materia chjù ‘mportante
chi ‘mparati pue all'istante
èdi sempre ‘a religione;
e si ve vena ‘a vocazione,
ccu nna pocu d'attenzione,
arrivati a ra missione.”
Doppu tutta ‘sta rumanza,
ch'è ccuntata ccu crianza,
nue partimu ‘na matina
e ra sira già ‘a …vespertina.
‘E preghiare sie vote ‘u juarnu
e ri priaviti sempre ‘ntuarnu,
ccu sante misse e litanie,
patennuastrhi e Ave Mmarie.
Ohi cchi ranne emozione
a ru mumentu d'a vestizione!
‘Ncuaddu aviamu ‘na zimarra
e ra gente quantu parra!
Doppu anni ed'affanni
nue ne ricoglimu i panni.
E' calatu ‘u sipariu,
te salutu simminariu,
e tornamu a ru pagliaru…
‘un simu fhatti ppe' l'ataru!

A Te

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

A te
io penso
quando splende il sole
e par che sogno sempre.
Nell'ora del crepuscolo
volgo lo sguardo
verso l'infinito
ed è il declino.

 

Ad un eroe

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Sempre
vive
nel mio triste cuore
l'eco beato
della tua figura.
Fulgido
esempio
di soave vita,
piena di amore
e di valor supremo.
Dinanzi a te
il capo mio s'inchina
ed il mio corpo
addolorato
piange.

‘U Messaggiu

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Ritrovannulu ‘n viaggiu,
te ringraziu d'u messaggiu,
ccussicchè mo' te rispunnu
de ‘nu capu ‘e n'atru munnu.
‘E ‘sta parrata ‘u ‘ngagliu nente
mi se sta stonannu ‘a mente;
cce vulerra Giuliana,
ppecchì moni è ‘nna simana
ccu ‘ste “gasse” e ccu ‘ste “grosse”,
io cce ‘ngarru sulu a mosse.
Quantu è caru ccà ‘u vinu!
Me saluti Mariolinu.
Tiresanna è ssanata
o se trova ‘ntaveddata?
‘Nu salutu dugnu a Minussu,
e ppue n'atru a Micu Russu.
Fhore chjova e tira viantu,
fhinarmente pigliu abbiantu;
quatelatu ‘e tanti panni,
‘nu salutu pruaju a Giuanni.
Ppe' ‘u ritardu te chjadu scusa
e me scialu chi ‘a musa
queta queta s'abbicina
ammuttannu Cesarina.
Mo' chi ‘u spaziu è terminatu,
tanti auguri a ru strippignatu.
‘Nu ricuardu a ttie te mannu
ppe' r'aguri ‘e Bon'Annu
ccu ‘nna bedda cartulina
‘e Ciccu Peppe e d'a regina.

Impara l'arte e mettila da parte

Impara l'arte e mettila da parte

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Giovanni, mentre frequentava la scuola dell'obbligo in un piccolo paese della provincia di Catanzaro, fu invogliato dai genitori a frequentare l'unica bottega da barbiere del paese per imparare il mestiere. Certamente pensarono che se il loro unico figlio non avesse voluto più continuare gli studi, avrebbe avuto sicuramente l'opportunità di affrontare l'avvenire con un lavoro dignitoso e sereno.
Giovanni, appena quindicenne, apprendeva progressivamente a fare lo shampoo, a pettinare, a fare la barba, e si cimentava anche in qualche taglio di capelli.
La sua nuova attività lo affascinava talmente che decise di non iscriversi alle scuole superiori. Appena raggiunse la maggiore età fu attratto dal fascino della divisa. Forse quei due giovani carabinieri che incontrava spesso nella bottega ebbero un ruolo importante nella sua scelta e decise di arruolarsi. E durante la frequenza della scuola allievi erano in molti i colleghi che volevano tagliati i capelli da Giovanni. Sicuramente preferivano non farsi “rapare” dal barbiere del battaglione!
Dopo la promozione a carabiniere fu trasferito in un grosso comando a ricoprire l'incarico d'autista del Comandante e, spesso perciò rimaneva a disposizione in caserma per lunghe ore. In una di queste occasioni venne a farmi visita nel mio ufficio con la fatidica borsetta con dentro le forbici ed il pettine ed in un momento di pausa mi propose, quasi per scherzo, di tagliarmi i capelli. Io subito accettai e si mise subito al lavoro. Era quasi a metà dell'opera, quando fu invitato dal centralinista a recarsi dal Comandante perché dovevano immediatamente uscire per servizio. Subito abbandonò il taglio dei miei capelli e frettolosamente mi salutò correndo e ...sorridendo!
Rimasi dapprima incredulo e poi assieme ai miei colleghi scoppiammo anche noi a ridere. Certamente, pensavo, al termine del servizio, recandomi a casa, con il berretto d'ordinanza in testa, lo “scempio” non si notava! Ma quando arrivai davanti ai miei figli e a mia moglie scoppiarono dalle risate. E la mattina successiva , con in testa un cappello, dovetti anche affrontare gli arguti e sarcastici commenti del mio barbiere che, notandomi in quelle condizioni, mi volle dare la precedenza!

Prisentannume ‘a pagella

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Prisentannume ‘a pagella
chi de' pejie eradi ‘a meglia
‘n ‘simminariu a Catanzaru
me dicìa ‘nu prelatu:
“Ccu ‘ssi voti ‘ud'hai riparu,
a fin'annu si' fricatu!”

E me cunta ‘nu papiaddu
chi me sciodda ‘u cerviaddu:
“Tu si' curtu ‘e cumprensoriu,
si continui ‘e ‘stu passu,
ccu ‘ssu biaddu ripertoriu
ti nne tuarni subitu a spassu.”

Doppu tante litanie,
io pue pianzu intr'e mie:
“Mo' chi sugnu diffidatu,
ohi cchi brutte sufferenze,
già me siantu disperatu
ccu ‘sse nigure patenze!

Si ‘a scola ‘un fà ppe' mmie,
me ricuagliu ‘e buffetterie.
Sugnu stuffu ‘e ‘stu cummiantu,
a ru diavulu ‘u celibatu,
mò fhiniscia ogne turmiantu,
puedomane sugnu ‘nzuratu.”

Pue m'addugnu, a fine giugnu,
ca parpàle ‘un cce sugnu;
e ppe' ‘ud'avire tantu cummattu
me truavu subitu ‘nu mistiari
‘un cce pianzu due vote e partu,
arrolatu a ri carbiniari!

A San Mango

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Caro San Mango, San Mango d'Aquino
io t 'ho lasciato sin da bambino;
quand'ho potuto son sempre tornato,
dolce paese mai t'ho scordato.

Alla collina, sempre adagiato,
luccichi al pari del cielo stellato.
L'odore tuo di ginestre e ulivo,
rende il mio corpo sempre giulivo.

Quanti ricordi per le tue vie,
gioie, dolori e malinconie.
Ancora oggi, che son lontano,
stendo a te sempre la mia tremula mano.

Sei la mia terra, sei tutto per me,
viver io posso, ma non senza te.
Quando ritorno mi trepida il cuore
dedico a te questo canto d'amore.

La foto racconta il passaggio nel bosco di Sant’Antonio del pastore Aligi e della Figlia di Iorio come raccontato nella tragedia di d’Annunzio: la famosa “fuitina” dalla quale comincia il peregrinare della coppia.

'A fuitina

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

"Turi, curri, curri, bedda matre santissima!"

Queste sono state le prime parole di Alfio, quando, alzatosi di buon mattino, non vide la figlia Rosetta dormire nel suo letto, nella camera, accanto alla sua. 
Le immediate ricerche ed il lungo vociare fino all'inverosimile, non diedero nessun esito. 
Il pecoraio Alfio abitava in una casupola, in un piccolo paese della provincia di Siracusa ed ogni giorno, alle prime luci dell'alba, si recava nel suo ovile, poco distante, per governare le pecore, portandole a pascolare. 
Sua moglie era morta cinque anni addietro, a seguito di una lunga e penosa malattia. 

QUANNU TUARNU

Venerdì, 01 Gennaio 2010 00:00

Quannu tuarnu
'a ru paise mio
me siantu 'ncuaddu
n'allegrizza ranne.
'U core para
chi me vatta
cuamu 'nu tammurru.
Ma quannu sagliu i scaluni,
e trasu intra,
'un siantu cchjù
'u strùsciu
chi papà facìa
a ru tavulatu
ccu quattru vecchje tavule.
A ru fuacularu
tizzuni e zucchi
'u' nne vidu cchjù.
A 'nnu muru attaccatu
guardu nu quatru ccu 'a figura
d''a povera mamma mia
chi sercìa 'a lana
davanti 'u putighinu:
allura 'nu nudicu a ra gula
m'attinaglia e
l'allegrizza mia diventa amara.

TERRA

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

Terra del mio paese
che mi desti il natal
e ti prendesti pure i cari miei,
anch'io vorrei
ridare a te,
quel dì funesto,
il corpo mio spoglio,
e consumarmi in te,
qual pasto ai vermi.

A ZU' MATTIU

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

A re cinque d''a matina
'u cerviaddhu se rimina.
Quannu è scuru e 'un vidu nente
quanti tribuli a ra mente!
Lassu luatani e taluarni,
nne sù chjnu tutti i juarni.
E ra musa, cchi beddizza,
ogne ttantu m'accarizza.
Oje, 'u dui de frevaru,
pigliu pinna e calamaru.
Cacciu puru 'nu libbrettu,
scrivu a ttie ccù ttantu affettu.
Sì' n'amicu raru e caru
d''a provincia 'e Catanzaru.
Ppe tte strinciare 'na manu
cce vò certu l'ariopranu.
Oje è festa, è 'u compleannu,
è arrivatu puru aguannu.
Monnavanti t'abbicini all'ottantina,
...nne restaru 'na vintina.
Mò arricètta ogne malannu
e secùta ogne affannu.
Si 'un te vue sentire affrittu,
stuzzicallu lu pitittu.
Sculatillu 'nu parmu 'e vinu,
è medicina ppe ru stentinu.
E stà sicuru, arricchja ccà,
'a picundrìa si nne và.
Ccù l'aiutu d' 'u Signure,
e a 'nna manu lu vastune
t'alluntani d' 'u fuddhùne!

‘E CANTINE ‘E ‘NA VOTA!

Giovedì, 01 Gennaio 2004 00:00

‘Na vota cc’era a Santu Mangu
‘na cantina ad’ogne ruga
e ru vinu jìa a lavìna.
Quannu pue se sgabbeddava
A ra porta se trovava
a ‘nnu lazzu
chi pennìa
ligatizza
mmianzu ‘a via
‘na gran frasca
chi pàrca te dìcia:
trasa, trasa!
E ssi ‘u vinu era curtise?
Cce sberrava ‘u nucerise.
Quannu pue era cchjù buanu
‘u’ durava mancu ‘nu juarnu.
Quannu ddà, tu cc’era jùtu
‘u’ rrestavi mai patutu;
spessu ‘u vinu era servutu,
ppe cch’inèra forte ‘e gangularu,
ccu ‘nnu piazzu ‘e vujjhulàru
A re carte,
ohi cchi guerra !
‘E gridate ‘nsinga a’ serra!
Cchi gran ffera,
si jocavi a frùsciu o primèra!
Cc’era chine rimanìa asciuttu
e cchin’era tantu abbuttu.
?
Si tu avìa tantu coddatu
e l’equilibriu s’era scioddatu,
venìa l’ura , a rasa rasa,
de ti nne tornare a ra casa.
Ohi cchi bbotta,
arriati ‘a porta!
Cc’è muglierta ca t’aspetta,
pue t’appretta
ccu vuciune:
<<sì ‘u="" solitu="" cazzune!<br=""> ‘Un te vriguagni!
Te ‘mbriachi tutti i juarni;
ribusciàtu, dde’ si’ statu?!
Guarda cuamu si’ conzatu!
Và jèttate supra ‘nu liattu,
i sianzi ‘i minti quannu si’ muartu? >>
Doppu ‘stu biaddu lisciabùssu,
ppe ‘nnu mise te cala ru mussu.
‘A notte: cchi turmiantu
e cchi lamiantu,
ccu ttuttu chiddu gran parmìantu!
Quannu gnorna
ohi, cchi gorna e cchi vrigogna!
‘U stentinu, divolicàtu ed’arraggiatu,
tuttu chiddu ca prima avìa pigliatu
l’ha doppu spurgatu,
l’ha sbudeddatu,
s’è pulizzatu
e ‘un s’è mmai ‘ngrippatu.
Cchi machinariu stranu
è ‘u cuarpu umanu!
Lavurannu de tri banne,
‘ud’è jutu mai in ppanne.
Fidericu , sbiartu e finu,
de lavuru sempre chjnu,
de Savutu era benutu,
quannu scinna l’umbruliàta,
ppe sse gòdare ‘a sirata;
se sentìa ‘na pocu asciuttu,
e, dicìannu - mò minne futtu -
piglia ‘a ciuccia da’ capizza,
ccu ‘nna manu l’accarizza
e ra liga a ru penninu,
propriu sutta ‘u putighinu,
‘u cuaddu allonga,
senza pàtire 'a vrigogna;
saglia supra ‘nu scalune
e cce parra de vicinu,
<<mò tu="" aspetta,<br=""> ppe ra biàfa‘ud’avire tanta fretta!
E ssi sita te fà,
ccà cc’è acqua a vuluntà.
E ppue, ‘u vì, supr’’e tie cc’è Peppinu
- a nnue cugginu –
ca s’accurra,
ccu ‘nu scattu repentinu,
subitu curra,
basta ca tu jatti ‘nu ragliu;
– me raccumannu - ‘u ffare sbagliu!
Ppe te fare riposare,
certu ‘u mmastu t’aju ‘e cacciare!>>
Pue senza ‘ncuna ‘ndecisione,
si nne và ‘ncommissione.
A re nove
nescia ffore
da’ cantina ‘e ‘Ntoni Russu:
trasìù jancu e nescìu russu.
E pue torna
viarzu ‘a funtana,
dduve avìa lassatu a Tana.
Ma se sa, si vivi troppu
tinn’accuargi sempre doppu
e ssi prima i guai ‘u ri pianzi,
certu, pue ti nne pienti.
Caminannu,
ccu ra panza
a vilanza,
propriu tannu,
‘u chiamàu ‘nu guagliune strampalatu
ca ‘nnu muru era arribbatu,
e ppe sse pigliare ‘a pizzicata,
cce liberau ‘sta sonata:
<<castagnà,
 ohi cchi tìbia chi cc’è ccà!>>
Iddu, cce jetta ‘na vrazzata,
e ccu ‘na risata,
piglia ‘a strata d’'a tornata.
Quannu è finarmente arrivatu,
ha trovatu
‘nu muzziaddu ‘e porccheria
e ‘na gran lavina
chi parìa
‘nu jume ‘nchjna;
a ‘nna ricchja s’abbicina:
< Propiu a ‘nna via!
Mò te puartu da’ patruna,
c’‘u furaggiu pue te duna
e a ru catuaju t’ammasuna.
‘A ciuccia a re palore ditte
mova ‘a cuda e allonga ‘e ricchjie
e senza l’<<arri!>>,
doppu ‘na gran ragliata
piglia ‘a strata da ‘nchianata,
sagliannu a ra ‘mpetrata,
cuamu fussi ‘nritirata.
Era troppu affezzionata,
ca ‘na vota allezzionata,
puru senza cumpagnia,
tantu ch’era diligente,
‘u ritornu ‘u sapia a mente.
Quannu ‘a ciuccia a ra casa era bicina
‘a Cimina:
< c’amu datu a cchiru ‘Ntoni!
Tanicè,
si’ ‘a meglia ca ru munnu ccè!>>.
A ra putiga ‘e Marcariaddu,
ppe ‘nna palora ‘e nente,
‘na sira Luigginu,
tantu ch’era cuattu ‘e vinu,
de ‘na sacca de giubbinu,
tiràu ‘nu cagnu de curtiaddu
e a r’antrisata,
a ru vicinu,
ci sferrau ‘nna curteddata
-ppe dispiattu-
a ru cuzziattu,
ccu ‘nna mossa
ca sulu ppe miraculu ‘u’ jia a ra fossa.
A ru luttu,
A ra juta o a ra ricota,
doppu chi s’avia portatu ‘u muartu,
-a ‘nna vota-
se formava ‘na gran filera
de perzune, e cchi strivera!
Ddè Giùanni, a ra cantina,
cc’era sempre ‘na muìna
ca durava fin’a’ matina.
E quannu ‘un cce capìanu,
mmianzu ‘a via si nne nescìanu.
Ppe ri fare trasìre tutti
rapìa puru n’atra porta.
<> jìa gridannu,
< ‘u ra vidi mancu a’ nn’annu!>>
Pue pensava, intr’a mente,
e ‘u’ l’inne futtìa propiu nente,
<<ccà ogne="" juarnu="" cce="" vulerra="" ‘nna="" mortta="">>,
ppe sse ìnchjare ‘a saccotta.
Dde Llissandru,
Cchi ciròma ‘nsinga a tardu!
A ra gghjasa ‘u cchjù vicinu
‘e vivituri nn’era chinu.
Quannu iddu ‘un cce badava
Cicciu Marzicu l’aiutava.
puru ‘u figliu ‘e Cicciu, Ginu,
ogne tantu mintìa vinu
e quann’era ‘ncumpagnia,
‘nu quartinu su’ vivìa,
-ccu Totonnu e ccu Armandu -
senza jire mai a ru sbandu.
Chidda vutte auta e grossa
pàrica te rizzava l’ossa.
Era ‘nu nettaru benedittu
cà currìa sempre dirittu
e ‘nna vota tracannatu
mai te lassava disperatu!
Si, però, n’apprufittavi,
subitu doppu t’astutavi.
Basta sempre ‘na gulìa
ppe pigliare ‘a stessa via;
e quannu ti nne sì’ ‘nnamuratu
riasti sempre calamitatu.
A ru liattu,
chidd’affrittu,
jìari ‘nfesta
e mò a luttu,
se riposa ppe tri juarni,
appoggiatu
supr’a coscia,
ppe cuscinu,
e, currivatu,
a suannu chjnu,
puru iddu…spruzza vinu.

‘e cantine un vidi nente,
‘ncunu barru sulamente;
e si vùe ‘nu cuddune
‘e vidìre quale furnu fuma.
‘A curppa è…du zappune
ppecchì ‘a vigna è ‘na rugna, sempre tigna,
ca te ‘mpigna e bò dinari e gente.

dal film: Ladri di biciclette

La bicicletta

Sabato, 01 Aprile 2006 00:00

La bicicletta è stata, per il tempo passato, oggetto di desiderio per intere generazioni ed anche oggi io penso che uno dei sogni più belli da bambino sia quello di possederne una.

Nel 1960, non ancora decenne, in un periodo pieno di ricordi non sempre felici della mia infanzia, ne comprai una di seconda mano. Acquistarne una nuova era impossibile. I miei genitori non potevano offrirmi di più. La gioia d'averne una tutta mia fu immensa. Ricordo che difficilmente volevo staccarmi dalla mia bicicletta, ed i giorni sembravano non avere più fine.

Il mio primo approccio, però, con il mondo delle due ruote l'avevo avuto quando ero ancora più piccolo. Mio padre, falegname, mi aveva costruito un monopattino di legno ed io imparai subito a stare in equilibrio! Inoltre, qualche bravo amico, più fortunato di me, mi prestava la sua, ma non troppo spesso.

Capii subito che andare in bicicletta significava essere liberi, correre nello spazio contro il tempo. Mi recavo di solito sulle colline più alte del mio piccolo paese natio tra i panorami d'una Calabria dai colori selvaggi per poi, in discesa, provare i brividi e l'ebbrezza delle curve e della velocità.

Oggi, superata la soglia dei 50 anni, la bicicletta non l'ho ancora dimenticata. Ne sono un modesto cultore ed apprezzo ancora di più le soddisfazioni e l'utilità che essa ci procura.

La bicicletta oggi è un ottimo mezzo di locomozione perché mi permette di spostarmi con facilità, non inquina l'ambiente (e non è da sottovalutare), è silenziosa, ha un bel rapporto con messere parcheggio, è economica, riduce la congestione urbana, è salutare, è un'amica che mi accompagna ovunque, in pianura, in discesa, in montagna, nelle strade scoscese, è maneggevole, la si può trasportare perfino sulle spalle!! Mi fa conoscere paesaggi sconosciuti e mi fa stringere nuove amicizie. Chi va in bicicletta, inoltre, cagiona un vantaggio, oltre che alla propria persona anche alla comunità, perché contribuisce a rendere il proprio paese più vivibile e quindi anche a migliorare la qualità della nostra vita.

A volte può capitare perfino di essere utile al prossimo!

Chi non ha trovato almeno una volta nella propria vita una donna o una persona anziana con la macchina in panne o qualcuno bisognoso d'aiuto? Proprio come è successo a me quella volta…Non molto tempo addietro, mentre tranquillamente pedalavo lasciando sulle strade empolesi i solchi delle ruote della mia compagna bicicletta, notai sul viale “Boccaccio” d'Empoli una vecchietta, più che ottantenne, andare di qua e di là, in mezzo alla strada, vicino al semaforo. Mi resi subito conto che era in difficoltà; arrestai la mia corsa, mi avvicinai a lei e mi accorsi che si era smarrita e non ricordava la via per ritornare alla sua abitazione. L'accompagnai subito dai vigili urbani e dopo un bel po' di tempo siamo riusciti, non senza difficoltà, a rintracciare il marito che, poveretto, subito accorse, per riaccompagnarla a casa. Era affetta dal morbo d'Alzheimer.

Adesso la vecchietta è deceduta ed il marito ogni volta che m'incontra mi fa una grande festa!

Alcune volte ho recuperato delle vecchie biciclette di cui i proprietari volevano disfarsi, per cacciare il vecchio, ciò che, secondo loro, non aveva più alcuna utilità. Le ho raccolte e date in regalo a persone che ne avevano bisogno, e che adesso con esse hanno stretto rapporto di forte complicità e fedeltà. (!)

E tra i ricordi più vecchi e più moderni che mi legano alle due ruote qui protagoniste non posso dimenticare il racconto di mio padre che, con gli occhi un po' bagnati dal dolore e dalla felicità, ricordava che, proprio grazie alla bicicletta, durante l'ultima guerra mondiale, mentre era prigioniero in Germania, riuscì a fuggire!

Come non posso non elogiare la bicicletta?

Se ne avessi la possibilità, realizzerei un monumento in suo onore!


 

Un piacevole percorso in bicicletta………. che parte da ricordi d'infanzia del nostro autore, corre fra i paesaggi del suo paese natio, percorre scene della sua quotidianità, passa attraverso momenti di riflessione e approda alla solidarietà umana. 

Prof.ssa Mery Torchia

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