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May 21, 2022, 17:59
In Calabria è un’altra storia
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In Calabria è un’altra storia

10 Dicembre 2007

Lo abbiamo sentito più volte: Prodi spera che i cittadini della Calabria si ribellino contro la criminalità organizzata come hanno iniziato a fare i siciliani.

Nel mese di settembre del 2007, infatti, il presidente di Sicindustria ed i presidenti delle associazioni territoriali si pronunciano contro la mafia ed approvano la norma che prevede l’espulsione per chi non denuncia il pizzo o le pressioni mafiose, per chi non collabora con le forze dell’ordine, per chi si macchia di collusione con la mafia. E poche settimane dopo gli inglesi Times ed Economist chiamano “Heroes” questi imprenditori onesti e coraggiosi.

 

Ma la Calabria è tutta un’altra storia.

In Calabria “la ‘ndrangheta è la mafia più potente e meno conosciuta”, dichiara Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia, mentre il vicepresidente Tassone aggiunge che la scommessa da vincere è quella di ricomporre il tessuto sociale della nostra regione, che non è unita né solidale perché c’è molto individualismo.
Non a caso le forze politiche e sociali che si riconoscono nella Sinistra Europea hanno organizzato la loro Assemblea Nazionale a Lamezia ed hanno lanciato lo slogan: “Due giorni nella Calabria assediata dalla ‘ndrangheta, nella regione dal Consiglio più inquisito d’Europa, nel comune sciolto due volte per mafia e ora rinato. Per dare un segnale di cambiamento”.

Si, la Calabria è assediata. Nel tratto tra Gioia e Reggio i cantieri dell’autostrada hanno subito, negli ultimi due anni, una cinquantina di attentati e intimidazioni, e non capisco cosa si aspetti a far intervenire gli uomini dell’Esercito per dare una mano alle forze di Polizia impegnate nella sorveglianza.

La lotta alla mafia è lunga e si nutre anche di messaggi e di segnali che lo Stato, spesso, non è in grado di trasmettere ai cittadini. Certo, l’Esercito non basta. Ma forse può riuscire a riportare tranquillità e sicurezza non solo a favore degli imprenditori, ma degli stessi tecnici ed operai che lavorano nei lotti.

Ho ancora impresso nella memoria il messaggio di speranza che gli apparati dello Stato sono riusciti a dare il 15 gennaio 1993 con l’arresto di Totò Riina, il potente capo di Cosa Nostra. Ero a Catanzaro per un convegno sull’intreccio tra vari soggetti del malaffare: politica, affari, mafia e massoneria. Ho risposto ad una telefonata sul cellulare di Leoluca Orlando, allora deputato, ed era il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, che comunicava ad Orlando la cattura del boss. La sala del convegno si abbandonò a manifestazioni di gioia e tutti i partecipanti ebbero allora la sensazione che qualcosa poteva cambiare, che qualcosa stava cambiando. Falcone e Borsellino non erano morti invano; e con loro non erano morti invano i numerosi servitori dello Stato – magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, amministratori, imprenditori – che avevano dato la vita per garantire lavoro, sicurezza e giustizia ai cittadini.

Dopo Riina, altri capi di Cosa Nostra sono stati arrestati: Provenzano, Lo Piccolo. Ma non è bastato. Non basta. Se, come dice Prodi, i cittadini della Calabria non si ribellano, tutto questo non basta. Prendere coscienza del fatto che la criminalità organizzata genera arretratezza e sottosviluppo è il primo passo; poi occorre mettere in pratica atteggiamenti coerenti e conseguenziali.

Ha ragione Mario Tassone quando dice che bisogna ricomporre il tessuto sociale della nostra regione. A questo progetto devono votare la loro opera tutti i calabresi. Ma come si può avere fiducia in questo progetto quando monsignor Gianfranco Maria Bregantini (“un vescovo che fa ombra ai suoi colleghi più affezionati ai velluti delle curie”, scrive Valerio Giacoia) è trasferito da Locri a Campobasso? Quando il 90% dei beni confiscati alla ‘ndrangheta è ancora in mano ai proprietari originari e la classe politica  non è in grado di attuare strategie per superare le carenze legislative ed amministrative che impediscono di aggredire il capitale mafioso? Quando gli intellettuali sono distratti dalla ricerca di gloria e di denaro ed i mezzi di comunicazione di massa inseguono le vanità? Quando la classe politica tende a perpetuare se stessa e quando gli stessi cittadini tardano a prendere in mano la propria storia?

Cosa è cambiato da quando il presidente della Confindustria calabrese Pippo Callipo invocava sicurezza, legalità e sviluppo, mentre la Regione guidata da Chiaravalloti volgeva gli occhi altrove?

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