PENSIERI&PAROLE

Jan 29, 2023, 7:06
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Classe Politica e futuro della Calabria

12 Novembre 2006

La crisi politica e istituzionale cha ha colpito la coalizione di centrosinistra alla Regione Calabria sembra procedere di pari passo con la crisi che la stessa alleanza di centrosinistra vive a livello nazionale mettendo a dura prova la durata del governo Prodi.

 

A Roma una maggioranza eterogenea non riesce a governare nell’ambito di un progetto politico unitario e condiviso, ed ogni giorno assistiamo a divisioni fra partiti, prese di distanza tra ministri, provvedimenti annunciati e non attuati, misure entrate in vigore e poi revocate. L’ultimo episodio riguarda il decreto sulla previdenza complementare, approvato dal Consiglio dei ministri con il voto contrario del ministro Ferrero, ma le cronache politiche dei giorni passati sono ricche di altri esempi, non ultimo il voto contrario di tre ministri e l’astensione di due sul Mose (il sistema contro l’acqua alta di Venezia).

Gli stessi fenomeni si verificano a livello regionale.

E’ di giorni addietro la notizia che l’assessore all’urbanistica Tripodi ha abbandonato i lavori del Consiglio regionale prima che l’assemblea votasse la nuova legge urbanistica. E nel corso della stessa seduta i consiglieri regionali della Margherita hanno abbandonato l’aula nel momento in cui si votava per Chieffallo come presidente della Commissione Bilancio. Ma è di ieri la notizia che i due assessori Ds hanno chiesto alla Giunta una riduzione dei dipartimenti, un bando pubblico per la scelta dei direttori generali e un’inversione di tendenza nell’utilizzo dei fondi comunitari, senza aver ricevuto risposte adeguate. I titoli dei quotidiani sono chiari: “I Ds sbattono la porta a Loiero. Ed è subito crisi”.

Nelle settimane passate le richieste di scioglimento anticipato del Consiglio regionale della Calabria sono state numerose, e Renato Meduri ha scritto che se ai tempi in cui lui era consigliere regionale ci fossero stati ventiquattro indagati e inquisiti, in tutte le parti politiche, nessuna esclusa, il Consiglio sarebbe scoppiato.

Altri tempi.

Da almeno quindici anni non è più così. Ricordo l’incontro del 23 dicembre 1992 con il Prefetto di Catanzaro, durante il quale Verdi, Rete e Rifondazione comunista hanno chiesto lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale dell’epoca; Franco Argada, segretario di Rifondazione, disse, allora, che “quasi la metà dei consiglieri regionali sono coinvolti in indagini giudiziarie, alcune, quali le incriminazioni per l’omicidio Ligato, di estrema gravità” e La Rete pose alla base della richiesta l’esigenza di “ripristinare la legalità e dare fiducia ai cittadini, restituendo al popolo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti al di fuori di ogni condizionamento o comportamento di natura delinquenziale”.

Per tutto il 1993 la richiesta di scioglimento del Consiglio regionale ha acceso il dibattito politico. Una conferenza stampa di Verdi, Rete e Rifondazione precisa che su 40 consiglieri regionali eletti, 3 sono sospesi con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ed altri 19 risultano condannati in primo grado, rinviati a giudizio, indagati o arrestati non solo per reati contro la Pubblica Amministrazione, ma per concussione, voto di scambio, associazione a delinquere. Rosa Tavella aggiunge che lo scioglimento viene sollecitato non solo per questioni morali, ma anche per questioni politiche, e Girolamo Tripodi parla di incapacità della cosiddetta “Giunta delle regole” di dare risposte alle esigenze della Calabria. Il deputato Rosario Olivo si sofferma sul “fallimento dell’operazione politica avviata nel gennaio ’92 in Calabria da parte di DC e PDS”. Il Movimento Federativo Democratico chiede una giunta di garanzia con al centro del programma i diritti dei cittadini e la loro concreta attuazione. La Cgil chiede un governo regionale subito oppure si sciolga il Consiglio. Nei mesi successivi intervengono Mons. Agostino, presidente della Conferenza Episcopale calabra (“date presto un governo alla Calabria”); il capogruppo del Msi Natino Aloi (“restituire il mandato al corpo elettorale”); gli artigiani del Cna (“se non si arriva ad un governo regionale è meglio procedere allo scioglimento del Consiglio”); Vincenzo Ziccarelli, ex presidente della provincia di Cosenza, scrive un editoriale dal titolo “Che prendano la via di casa”; il senatore Frasca chiede al Governo di promuovere lo scioglimento e nell’interpellanza afferma che “due terzi dei consiglieri regionali risultano inquisiti”; il segretario della Cisl Enzo Sculco è perentorio: “Stanno uccidendo questa regione”; il Movimento di Progresso sorto all’interno della Socialdemocrazia calabrese afferma che il consiglio regionale non gode più dei requisiti morali e politici per i quali era stato eletto e per tale motivo deve sciogliersi…

Ma il Consiglio non è stato sciolto e si è arrivati alle elezioni del 1995 ed alla Giunta Nisticò. Chi lottava per lo scioglimento era un illuso. Oppure un sognatore. L’ho capito quando in Calabria sono iniziati i ribaltoni e a beneficiarne sono stati pure diversi compagni di viaggio; l’ho capito quando la sinistra gridava “Al voto! Al voto!” ma nessuno appoggiava la richiesta di scioglimento del consiglio regionale (l’ennesima) avanzata da “Italia dei Valori” per interrompere l’Era Felice del governatore Chiaravalloti; l’ho capito osservando tutto quello che è avvenuto dopo la vittoria di Loiero alle regionali del 2005.

Eppure qualcuno mi aveva avvisato. Nell’estate del 1993 ero presente alla festa regionale di Liberazione tenuta a Siderno e in quell’occasione è stata ribadita la richiesta di scioglimento del consiglio regionale, ma la risposta di un autorevole esponente del Pds non è stata entusiasmante; anzi, ci è stato detto: “Cosa volete che succeda dopo, nuove elezioni e qualche seggio in più conquistato dai vostri partiti; i veri rapporti di forza non cambierebbero…”.

Infatti sono passati tredici anni e nulla è cambiato. Sono cambiate le sigle dei partiti, ma gli uomini sono rimasti gli stessi e qualcuno è diventato pure più autorevole. Per questi motivi non credo che la richiesta di sciogliere l’attuale Consiglio regionale possa avere successo. Ho imparato la lezione. Se il partito dei Ds aprirà la crisi alla Regione, sono convinto che il presidente Loiero cercherà di arrivare alla scadenza della legislatura a tutti i costi; e con lui saranno d’accordo gli assessori rimasti e la maggioranza dei consiglieri regionali, non certo favorevoli all’interruzione di una legislatura che garantisce una buona retribuzione fino al 2010.

Non è giusto illudere le illusioni, ha scritto Giuseppe Orefice su un quotidiano calabrese, e questa verità si deve dire anche ai ragazzi di Locri e di Lamezia. Anch’io ho sfilato nelle manifestazioni e sono stato a Cittanova, a Palmi, a Reggio: è vero, “la rabbia fa resistere”. Ma cosa è stato di tutte quelle battaglie?

Impegno, militanza, manifestazioni e proteste hanno contribuito a far uscire i calabresi dal bisogno? Questo dubbio mi tormenta, e quando vedo i partiti che scelgono deputati e senatori ed ora qualcuno vuole scegliere pure i consiglieri regionali eliminando la preferenza, penso che forse ha ragione chi dice: “Io non voto più”. Ha ragione, almeno fino a quando i calabresi che vogliono veramente il cambiamento non si organizzano e non portano fino in fondo le loro azioni, evitando di cadere in quella zona grigia che annacqua ogni anelito al rinnovamento, spegne i desideri e rende negoziabili le esigenze.

Si, il futuro della Calabria è nelle mani dei suoi cittadini.

Però i cittadini dobbiamo trovare gli strumenti adatti per realizzare il futuro. E se i partiti non sono funzionali, occorrono forme alternative di selezione della classe politica. A Roma il movimento “Libera cittadinanza”, per bocca di Pancho Pardi, ha appena lanciato l’idea di una lista nazionale per raccogliere quei voti che i partiti non raccoglieranno mai. A Cosenza diversi cittadini delusi dai partiti si sono riuniti alla Casa delle culture per scegliere la democrazia diretta e in molte parti della Calabria si stanno costituendo reti di associazioni.

Bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo. Ho visto tanti movimenti e tante associazioni nascere con buoni propositi, vivere qualche tempo e poi sciogliersi (o farsi sciogliere) nei partiti tradizionali. Andare fino in fondo vuol dire mantenere integri i propositi iniziali, vuol dire non farsi contaminare dalle lusinghe e dalle clientele, vuol dire resistere al bisogno e non entrare in quella zona grigia dove tutti noi (chi più, chi meno) siamo stati. Troveremo questo coraggio?

Il fatto è che i calabresi continuano ad essere un popolo di individualisti, e dall’individualismo nasce una litigiosità che ormai è diventata proverbiale. Manca il senso civico ed è completamente assente, a tutti i livelli, il sentimento del bene comune. Tutto si riconduce al perseguimento di interessi privati, e quando qualcuno cerca di reagire a questo sistema iniquo viene neutralizzato, annullato, sospinto verso una palude capace di assorbire ribellioni individuali e collettive, una palude dove le aspirazioni al cambiamento scompaiono. La Calabria è la terra dove si dice che il compare del tuo compare è mio compare e dove pochi seguono gli insegnamenti di Machiavelli: “Non il bene particulare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città”.

Persino un’idea nuova come il Partito Democratico, di cui tanto si discute a livello nazionale, in Calabria viene assorbita e modificata, e ragionando in termini di sigle partitiche, uomini come Franco Covello, dopo essere passati dal centrodestra al centrosinistra, da Forza Italia alla Margherita, si prendono il lusso di snaturare il progetto originario e dire: “Massì, facciamo un patto federativo con i Ds”.

Il futuro della Calabria non si costruisce con questi metodi. Tanto meno con questi uomini.

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