Mar. Mag 21st, 2019

SI TORNA A PARLARE DI SESSANTOTTO

Ogni volta che in qualche parte del mondo si registrano manifestazioni di protesta che sfociano in scontri con le forze dell’ordine, si ricomincia a parlare di Sessantotto. E’ successo più volte negli anni passati, e succede in questi giorni guardando la Francia.

Ma queste manifestazioni sono diverse: oggi in Francia c’è un’intera generazione che chiede di esistere, e c’è un movimento non ideologico che va oltre gli stessi partiti. Lavoro, mercato, solidarietà, sicurezza ed Europa sono le parole di riferimento. Julie Coudry, leader degli studenti parigini, dice che “non c’è da attendersi una notte della rivoluzione”, ed una ragazza della Sorbona precisa: “Il Sessantotto? Questo non è il tempo dei sogni, ma della sopravvivenza”.

Già, il Sessantotto tempo dei sogni… dove convivono, però, torti e ragioni e dove l’intreccio di fattori diversi è stato unico, forse irripetibile; ma anche movimento di opposizione e di contestazione globale che è riuscito a dare un contributo importante alle battaglie civili degli anni Settanta: una vera rivoluzione culturale, che ha inciso sui comportamenti sociali e sul costume.

Non sono molte le date della storia che hanno dato il nome ad un fenomeno, scrive Enzo Peserico. E tutto questo è avvenuto senza rinunciare ad essere giovani. Per molti, infatti, il coinvolgimento ideologico, l’impegno per l’uguaglianza fra gli uomini ed il lavoro incessante per un mondo di pace non hanno fatto passare in secondo piano la ricerca della felicità, il piacere e la gioia di vivere.

Esattamente 38 anni addietro, negli stessi giorni di marzo 1968, Varsavia, Madrid, Milano, Praga e Parigi erano invase da manifestazioni studentesche: come se una contaminazione universale consentisse alle idee di circolare fulmineamente, trasformandosi in fatti, in atti, dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Italia alla Polonia, alla Cecoslovacchia, alla Spagna ancora franchista, investendo persino la quieta ed opulenta Svizzera, scrive il Paolo Guzzanti di allora. Si consumò in quel tempo una straordinaria e forse irripetibile rivoluzione che devastò tradizioni e comportamenti, orientamenti ideologici, modi di parlare, rapporti gerarchici e di potere…

Lo slogan era “ Per ottenere il possibile a volte bisogna cercare l’impossibile” , ha ricordato Agnes Heller, la prestigiosa allieva di Lukàcs e poi sua assistente, nata nel 1929 e rappresentante della cosiddetta “scuola di Budapest”. “Nel ’68 noi ci attendevamo, anzi pretendevamo, il cambiamento radicale della vita, specie della vita dei giovani… Io credo che abbiamo ottenuto il possibile… Ed il post-moderno è nato dal lungo assorbimento del Sessantotto… Dal ’68 sono nati numerosi cambiamenti radicali nella vita di tutti, uomini e donne, fin nei più minuti dettagli…”.

Ma oggi, nel 2006, è tempo di sopravvivenza… E Julie, leader parigina pragmatica, 27 anni, aria elegante e sbarazzina, dice che il lavoro è la prima pietra nella costruzione di una vita, e con il contratto proposto dal governo francese i giovani non possono prendere una casa in affitto, non possono avere accesso al credito, non possono fare progetti personali. Per questo la gioventù di oggi è molto meno ideologica: “Ci siamo lasciati alle spalle i totalitarismi e abbiamo perso la fiducia nei partiti”, dice, e parla di una generazione vittima della crisi, di un Paese senza progetto, di giovani disorientati, senza futuro, senza speranze.

Daniele Semeraro ha chiesto ad un giovane precario italiano se il vento francese di protesta potrebbe arrivare anche in Italia. Questa è stata la risposta: “La situazione del precariato non esiste solo in Italia. Forse nel nostro Paese è ancora troppo sotterranea… E poi c’è una lunga serie di ammortizzatori sociali, non dello Stato ma dei famigliari: si cerca di risolvere i problemi sempre in famiglia, ma è chiaro che anche da noi basta una scintilla per far scattare una grande protesta…”

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